Capitolo 5 Midnight Sun by Stephanie Meyer



Capitolo 5 Inviti

Scuola superiore. Non più un purgatorio, era puramente un inferno. Tormento e fuoco... sì, avevo entrambi.
Adesso stavo facendo tutto correttamente. Ogni puntino sulle i, e ogni stanghetta sulle t. Nessuno avrebbe potuto lamentarsi che mi stessi sottraendo dalle mie responsabilità.
Per accontentare Esme e proteggere gli altri, rimasi a Forks. Ritornai al mio vecchio programma. Non andai più a caccia di quanto facessero gli altri. Ogni giorno, frequentavo la scuola e mi comportavo da umano. Ogni giorno, ascoltavo attentamente ogni cosa a proposito dei Cullen, non ci fu mai niente di nuovo. La ragazza non confidò a nessuno i suoi sospetti. Ripeté soltanto sempre la stessa storia ancora e ancora, ero accanto a lei e l'avevo spinta via, fino a che i suoi entusiasti ascoltatori si annoiarono e smisero di chiedere altri dettagli. Non c'era pericolo. La mia azione affrettata non aveva ferito nessuno.
Nessuno tranne me stesso.
Ero determinato a cambiare il futuro. Non era il compito più facile da intraprendere, ma non c'era altra scelta con cui avrei potuto vivere.
Alice aveva detto che non sarei stato abbastanza forte da stare lontano dalla ragazza. Glielo avrei provato.
Pensai che il primo giorno sarebbe stato il più difficile. Dopo la sua fine, fui sicuro che fosse archiviato. Mi ero sbagliato, dunque.
Faceva soffrire sapere che avrei ferito la ragazza. Mi ero rincuorato con il fatto che il suo dolore non sarebbe stato più di un puntura, solo una piccola puntura di rigetto, in confronto al mio. Bella era umana, e sapeva che io ero qualcos'altro, qualcosa di sbagliato, qualcosa di spaventoso. Probabilmente sarebbe stata molto più sollevata che ferita quando avrei voltato il mio viso dall'altra parte e avrei finto che non esistesse.
“Ciao, Edward,” mi salutò, di ritorno al primo giorno a biologia. La sua voce era piacevole, amichevole, a centottanta gradi dall'ultima volta che avevo parlato con lei.
Perché? Cosa significava il cambiamento? Aveva dimenticato? Aveva deciso di aver immaginato l'intero episodio? Probabilmente poteva aver dimenticato di non inseguirmi con la promessa?
Le domande mi bruciavano come ad ogni attacco di sete quando respiravo.
Solo un momento per guardare nei suoi occhi. Solo per vedere se avrei potuto leggervi le risposte.
No. Non permisi a me stesso neanche quello. Non se avevo intenzione di cambiare il futuro.
Mossi il mio mento di un centimetro verso la sua direzione senza distogliere lo sguardo dalla porta della classe. Annuii una volta, e poi tornai il mio viso dritto.
Non parlò più con me.
Quel pomeriggio, appena fini la scuola, il mio ruolo recitato, corsi verso Seattle come avevo fatto il giorno prima. Sembrava che potevo leggermente sopportare il dolore quando volavo sul terreno, trasformando tutt'intorno a me in un verde sfocato.
Questa corsa divenne una mia abitudine giornaliera.
La amavo? Non credevo. Non ancora. Le momentanee visioni del futuro di Alice erano confuse, comunque, e potevo vedere come sarebbe stato facile innamorarmi di Bella. Sarebbe stato esattamente come cadere: senza sforzo. Non lasciare che mi innamorassi di lei era l'opposto di cadere, era come arrampicarmi sul versante di una collina, appiglio dopo appiglio, il compito era tanto faticoso come se non avessi avuto nient'altro che una forza mortale.
Era passato più di un mese, e ogni giorno era più difficile. Non aveva senso per me, continuai ad aspettare che finisse, che diventasse più semplice. Questo doveva essere ciò che voleva dire Alice quando aveva predetto che non sarei stato capace di stare lontano dalla ragazza. Aveva visto l'intensificarsi del dolore. Ma potevo sopportare il dolore.
Non avrei distrutto il futuro di Bella. Se ero destinato ad amarla, allora evitarla non era il minimo che potessi fare?
Evitarla era il limite di quello che potevo sopportare, comunque. Potevo fingere di ignorarla, e non rivolgerle mai uno sguardo. Potevo fingere che non mi fosse interessante. Ma questo era il massimo, solo finzioni e non realtà.
Mi attaccavo ad ogni respiro che prendeva, ad ogni parola che pronunciava.
Accumulai i miei tormenti in quattro categorie.
La prima era familiare. Il suo odore e il suo silenzio. O, piuttosto, prendendomi le responsabilità che mi appartenevano, la mia sete e la mia curiosità.
La sete era il principale tormento. Adesso era semplice abitudine non respirare per nulla a biologia. Certo, c'erano sempre le eccezioni, quando dovevo rispondere ad una domanda o qualcosa del genere, e avevo bisogno del mio respiro per parlare. Ogni volta che gustavo l'aria attorno a lei, era come il primo giorno, fuoco e bisogno e brutale violenta disperazione di liberarmi. In quei momenti era difficile appigliarsi leggermente alla ragione o al controllo. E, proprio come il primo giorno, il mostro dentro di me ruggiva, così vicino alla superficie...
La curiosità era il più costante dei tormenti. La domanda non si allontanava mai dalla mia mente: che cosa sta pensando adesso? Quando la sentivo sospirare silenziosamente. Quando assente si avvolgeva una ciocca di capelli tra le dita. Quando poggiava i suoi libri con più forza del solito. Quando correva in classe in ritardo. Quando batteva impaziente il piede contro il pavimento. Ogni movimento catturato dalla mia vista periferica era un folle mistero. Quando parlava con gli altri studenti, analizzavo ogni parola e tono. Stava parlando dei suoi pensieri, o di quello che pensava avrebbe dovuto dire? Spesso mi sembrava che cercasse di dire quello che il suo pubblico si aspettava, e questo mi ricordò la mia famiglia e la nostra giornaliera vita di illusioni, eravamo migliori di lei nel farlo. A meno che non mi stessi sbagliando, soltanto immaginando le cose. Perché avrebbe dovuto recitare una parte? Era una di loro, un'adolescente umana.
Mike Newton era uno dei tormenti più strani. Chi avrebbe mai sognato che un tanto banale, noioso mortale sarebbe stato così esasperante? Per essere corretto, avrei dovuto sentire un po' di gratitudine verso quell'irritante ragazzo; la faceva parlare molto più degli altri. Imparai tanto su di lei attraverso quelle conversazioni, stavo ancora compilando la mia lista, ma, contrariamente, l'assistenza di Mike a questo progetto mi scocciava. Non volevo che fosse Mike quello a svelare i suoi segreti, volevo farlo io.
Aiutò il fatto che non notava mai le sue piccole rivelazioni, gli errori delle sue labbra. Non sapeva niente di lei. Aveva creato una Bella nella sua mente che non esisteva, una ragazza banale come lui. Non aveva osservato l'altruismo e il coraggio che la distinguevano dagli altri umani, non aveva sentito l'anormale maturità dei suoi pensieri pronunciati. Non aveva percepito che quando parlava di sua madre, suonava come un genitore che parlasse dei figli e non il contrario, amorevole, indulgente, leggermente divertita, e intensamente protettiva. Non sentiva la pazienza nella sua voce quando fingeva interesse per sue divaganti storie, e non indovinava la sua gentilezza dietro quella pazienza.
Attraverso le sue conversazioni con Mike, ero capace di aggiungere le più importanti qualità alla mia lista, le più rivelanti, semplici come rare. Bella era buona. Tutte altre cose che si aggiungevano al totale, gentile e nessuna considerazione di se stessa e generosa e amorevole e coraggiosa.
Queste utili scoperte comunque non mi resero cordiale con il ragazzo. Il modo possessivo in cui vedeva Bella, come se fosse un acquisto da fare, mi provocava quasi quanto le sue rozze fantasie su di lei. Stavano anche diventando molto più intimi, col passare del tempo, da sembrare che lo preferisse agli altri suoi rivali, Tyler Crowley, Eric Yorkie e anche io, sporadicamente. Si sedeva abitualmente accanto a lei al nostro tavolo prima che iniziasse la lezione, chiacchierando, incoraggiato dai suoi sorrisi. Soltanto sorrisi educati, mi dicevo. Allo stesso tempo, mi divertivo di frequente a immaginarmi di mollargli un manrovescio che lo facesse attraversare la stanza e cadere contro il muro più lontano... Probabilmente lo avrebbe fatalmente ferito...
Mike non pensava spesso a me come rivale. Dopo l'incidente, si era preoccupato che Bella ed io avessimo potuto essere legati da quell'esperienza, ma ovviamente il risultato era stato il contrario. Prima di allora, era stato disturbato che avessi individuato Bella tra i suoi coetanei per salvarla. Ma poi l'avevo ignorata proprio come gli altri, ed era diventato più soddisfatto.
Cosa stava pensando adesso? Avrebbe accettato la sue attenzioni?
E, infine, l'ultimo dei miei tormenti, il più doloroso: l'indifferenza di Bella. Mentre la ignoravo, lei mi ignorava. Non cercava mai di parlare con me. Per tutto quello che sapevo, non aveva mai pensato a me.
Avrebbe potuto farmi diventare pazzo, o magari rompere la mia risoluzione a cambiare il futuro, eccetto che qualche volta mi fissava come faceva prima. Non lo vidi da me, non potevo permettermi di guardarla, ma Alice ci avvisava sempre quando stava per fissarci; gli altri ancora cauti verso la problematica conoscenza della ragazza.
Il fatto che di quando in quando mi osservasse a distanza alleviava il dolore. Certo, poteva star solo pensando che fossi pazzo.
“Bella fisserà Edward tra un minuto. Apparite normali,” disse Alice un Martedì di Marzo, e gli altri furono attenti ad agitarsi e a spostare il loro peso come gli umani; l'assoluta immobilità era la caratteristica della nostra specie.
Non prestavo attenzione a quanto spesso guardava nella mia direzione. Mi faceva piacere, sebbene non avrebbe dovuto, che la frequenza non diminuiva con il passare del tempo. Non sapevo cosa significasse, però mi faceva sentire meglio.
Alice sospirò. Spero...
“Stanne fuori, Alice,” dissi sotto il mio respiro. “Non accadrà nulla.”
Mise il broncio. Alice era ansiosa di formare la sua già prevista amicizia con Bella. Stranamente, le mancava la ragazza che ancora non conosceva.
Lo ammetto, sei migliore di quanto pensassi. Hai reso di nuovo il futuro intrecciato e senza senso. Spero tu sia felice.
“Ha molto senso per me.”
Sbuffò delicatamente.
Cercai di metterla a tacere, troppo impaziente per conversare. Non ero molto di buon umore, più teso di quanto volessi lasciargli immaginare. Soltanto Jasper era consapevole di come fossi ermeticamente ferito, sentendo la tensione emanare con la sua unica abilità di provare e influenzare l'umore altrui. Non capiva le ragioni dietro al mio stato d'animo, comunque, dato che ero costantemente mal disposto in questi giorni, e lo ignorava.
Oggi sarebbe stato un giorno difficile. Più difficile dei giorni precedenti, come era tipico.
Mike Newton, l'odioso ragazzo che non potevo permettere a me stesso di rivaleggiare, aveva intenzione di chiedere a Bella un appuntamento.
La scelta del ballo della ragazza era un orizzonte vicino, e aveva davvero sperato che Bella glielo chiedesse. Visto che non lo aveva fatto la sua sicurezza era vacillata. Adesso era in un guaio sgradevole, mi divertii del suo disagio più di quanto avrei dovuto, perché Jessica Stanley lo aveva invitato al ballo. Non voleva rispondere “sì”, ancora speranzoso che Bella lo avrebbe scelto (e dimostrato la sua vittoria sugli altri rivali), però non voleva rispondere “no” e perdersi del tutto il ballo. Jessica, ferita dalla sua esitazione e indovinando il motivo, stava pensando di pugnalare Bella. Di nuovo, ebbi l'istinto di mettermi in mezzo tra gli arrabbiati pensieri di Jessica e Bella. Adesso conoscevo meglio l'istinto, però rese più frustrante il non poterlo fare.
A pensare di essere arrivato a questo! Mi ero completamente adattato ai meschini drammi di scuola superiore che una volta avevo così disprezzato.
Mike stava diventando nervoso mentre accompagnava Bella a biologia. Ascoltai i suoi tormenti mentre aspettavo che arrivassero. Il ragazzo era un debole. Aveva aspettato di proposito per questo ballo, spaventato dal far diventare nota la sua infatuazione prima che lei avesse mostrato una precisa preferenza per lui. Non voleva rendersi vulnerabile al rifiuto, preferendo che fosse lei a farsi avanti per prima.
Codardo.
Era seduto di nuovo al nostro tavolo, a proprio agio per la lunga intimità, e immaginai il suono che avrebbe fatto il suo corpo se avesse colpito il muro opposto con abbastanza forza da rompersi parecchie ossa.
“Insomma,” disse alla ragazza, gli occhi a terra. “Jessica mi ha invitato al ballo di primavera.”
“Grande,” rispose subito Bella con entusiasmo. Era difficile non sorridere mentre il suo tono affondava nella comprensione di Mike. Aveva sperato nello sgomento. “Te la spasserai davvero, con lei.”
Arraffò una risposta giusta. “Beh...,” esitò, e quasi ci rinunciò. Poi si raccolse. “Le ho detto che volevo pensarci.”
“E perché l'avresti fatto?” chiese. Il suo era un tono di disapprovazione, ma c'era una leggera traccia di sollievo.
Cosa voleva dire? Un'insospettata, intensa furia mi fece stringere i pugni.
Mike non sembrava aver sentito il sollievo. Il suo viso era rosso per il sangue, violento mentre improvvisamente lo avvertivo, sembrava come un invito, e guardò di nuovo a terra mentre parlava.
“Mi chiedevo se... beh, non avessi intenzione di invitarmi tu.”
Bella esitò.
In quel momento di esitazione, vidi il futuro molto più chiaramente di quanto Alice avesse mai fatto.
La ragazza adesso avrebbe potuto rispondere sì all'inespressa domanda di Mike, e avrebbe potuto non farlo, ma comunque, un giorno o l'altro, avrebbe risposto di sì a qualcuno. Era amorevole e intrigante e i ragazzi umani non erano incuranti di questo fatto. Se si fosse decisa per qualcuno in questa noiosa folla, o aspettato che fosse libera da Forks, il giorno in cui avrebbe detto sì sarebbe arrivato.
Vidi la sua vita come avevo fatto prima, college, carriera... amore, matrimonio. La vidi di nuovo a braccetto col padre, vestita di un bianco diafano, il suo viso rosso di felicità mentre si muoveva al suono della marcia nuziale.
Il dolore fu qualcosa che non avevo mai sentito prima. Un umano sarebbe arrivato in punto di morte a sentire questo dolore, un umano non sarebbe sopravvissuto.
E non solo dolore, ma una completa rabbia.
La furia faceva male come un qualche tipo di attacco fisico. Nonostante questo insignificante, inutile ragazzo poteva non essere quello a cui Bella avrebbe detto sì, desiderai ardentemente schiacciare il suo cranio tra le mie mani, lasciandolo come esempio per chi altri sarebbe stato.
Non capivo quest'emozione, era un groviglio di dolore e rabbia e desiderio e disperazione. Non lo avevo mai sentito prima; non riuscivo a dargli un nome.
“Mike, credo che dovresti accettare l'invito di Jessica,” disse Bella con voce gentile.
Le speranze di Mike precipitarono. In un'altra circostanza mi sarei divertito, ma ero perso nella scossa di assestamento del dolore, e il rimorso per ciò che il dolore e la rabbia mi avevano fatto.
Alice aveva ragione. Non ero forte abbastanza.
Proprio ora Alice avrebbe visto il futuro girare e contorcersi, diventando di nuovo lacerato. L'avrebbe soddisfatta?
“L'hai già chiesto a qualcuno?” chiese in modo arcigno Mike. Mi lanciò un'occhiataccia, sospettoso per la prima volta da settimane. Realizzai che avevo tradito il mio interesse; la mia testa era inclinata verso la direzione di Bella.
La selvaggia invidia nei suoi pensieri, invidia per colui che la ragazza aveva preferito, improvvisamente diede un nome alle mie anonime emozioni.
Ero geloso.
“No,” disse la ragazza con una traccia di umorismo nella voce. “Non ci vengo al ballo.”
Attraverso il rimorso e la rabbia, sentii sollievo alle sue parole. Improvvisamente, stavo considerando i miei rivali.
“Perché no?” chiese Mike, il suo tono rude. Mi offese che usasse quel tono con lei. Trattenni un ringhio.
“Quel sabato vado a Seattle,” rispose.
La curiosità non fu crudele come lo era stata prima, adesso che avevo davvero intenzione di scoprire ogni risposta. Avrei saputo il dove e i perché di questa nuova rivelazione abbastanza presto.
Il tono di Mike era spiacevolmente adulante. “Non puoi rimandare ad un altro fine settimana?”
“No, mi dispiace.” Bella era brusca adesso. “Perciò non fare aspettare Jess: è scortese.”
La sua preoccupazione per i sentimenti di Jessica diede un colpo di vento alla mia gelosia. Questo viaggio a Seattle era chiaramente una scusa per dire di no, lo aveva rifiutato soltanto per lealtà alla sua amica? Era abbastanza altruista per farlo. In realtà avrebbe sperato di poter rispondere sì? O entrambe le ipotesi erano sbagliate? Era interessata a qualcun altro?
“Va bene, hai ragione,” mormorò Mike, così demoralizzato che sentii quasi pietà per lui. Quasi.
Abbassò gli occhi dalla ragazza, togliendomi la vista del suo volto dai suoi pensieri.
Non avevo intenzione di tollerarlo.
Mi girai per leggere il suo viso, per la prima volta da più di un mese. Fu un acuto sollievo permettermelo, come un respiro d'aria di polmoni immersi a lungo nell'acqua.
I suoi occhi erano chiusi, le sue mani premute contro il lato del suo viso. Le sue spalle curvate indentro in difesa. Scosse la testa così leggermente, come se stesse provando a scacciar via qualche pensiero dalla sua mente.
Frustrante. Affascinante.
La voce di Mr. Banner la riportò indietro dalla sua fantasticheria, i suoi occhi si aprirono lentamente. Mi guardò all'improvviso, forse sentendo il mio sguardo. Mi fissò negli occhi con la stessa confusa espressione che mi aveva dato la caccia tanto a lungo.
Non sentii il rimorso o il senso di colpa o la rabbia in quel secondo. Sapevo che sarebbero ritornati, e presto anche, ma per quell'unico momento galleggiai ad una strana e nervosa altezza. Come se avessi trionfato, piuttosto che perso.
Non allontanò lo sguardo, nonostante la stessi fissando con un'intensità inappropriata, cercando vanamente di leggere i suoi pensieri attraverso i liquidi occhi castani. Erano pieni di domande, piuttosto che di risposte.
Potei vedere il riflesso dei miei occhi, e vidi che erano neri di sete. Erano passate due settimane dalla mia ultima caccia; non era il giorno più adatto per far cedere la mia volontà. Ma il nero non sembrò spaventarla. Non distolse lo sguardo, e un soffice, attraente rosa le colorò le guance.
Cosa stava pensando adesso?
Stavo quasi per fare la domanda ad alta voce, ma in quel momento Mr. Banner chiamò il mio nome. Colsi la risposta corretta dalla sua mente mentre guardavo brevemente verso la sua direzione.
Presi un breve respiro. “Il ciclo di Kerbs.”
La sete mi bruciò la gola, stringendo i miei muscoli e riempiendo la mia bocca di veleno, e chiusi gli occhi, provando a concentrarmi attraverso il desiderio che il suo odore aveva infuriato dentro di me.
Il mostro era più forte di prima. Il mostro stava esultando. Abbracciò questo duplice destino che gli aveva dato un regolare cinquanta per cento di possibilità per quello che desiderava così malignamente. Il terzo, scosso futuro che avevo cercato di costruire attraverso la forza di volontà era crollato, distrutto dalla comune gelosia, tra tutte le cose; e si avvicinò molto più alla sua meta.
Il rimorso e la colpa bruciarono con la sete, e, se avessi avuto la capacità di produrre lacrime, a quest'ora avrebbero riempito i miei occhi.
Cosa avevo fatto?
Sapendo che la battaglia era già persa, non sembrava esserci alcuna ragione per resistere a ciò che volevo; girarmi a fissare di nuovo la ragazza.
Era nascosta dai suoi capelli, ma potevo vedere attraverso le ciocche che le sue guance erano ancora cremisi.
Al mostro piacque.
Non incontrò di nuovo il mio sguardo, ma si attorcigliò nervosamente una ciocca dei suoi scuri capelli tra le dita. Le sue delicate dita, il suo fragile polso, erano così distruttibili, avrei potuto spezzarli soltanto con il mio respiro.
No, no, no. Non avrei potuto farlo. Era troppo delicata, troppo buona, troppo preziosa per meritare questo destino. Non avrei permesso che la mia vita si scontrasse con la sua, distruggendola.
Ma non potevo neanche starle lontano. Alice aveva ragione.
Il mostro dentro di me sibilò con frustrazione mentre esitavo, la partenza al primo posto, piuttosto che le altre.
La mia breve ora con lei passò troppo velocemente, mentre vacillavo tra le due posizioni. La campanelle suonò, ed iniziò a raccogliere le sue cose senza guardarmi. Questo mi deluse, ma difficilmente avrei potuto aspettarmi qualcosa di diverso. Il modo in cui l'avevo trattata dall'incidente era imperdonabile.
“Bella?” dissi, incapace di fermarmi. La mia forza di volontà giaceva a brandelli.
Esitò prima di guardarmi; poi si voltò, la sua espressione era cauta e diffidente.
Mi ricordai che aveva tutte le ragioni a diffidare. Doveva averlo ricordato anche lei.
Aspettò che continuassi, ma rimasi a fissarla, leggendo il suo viso. Sorseggiai leggere boccate d'aria a regolari intervalli, combattendo la mia sete.
“Cosa?” disse infine. “Hai deciso di rivolgermi la parola?” C'era un filo di risentimento nel suo tono che, come la sua rabbia, era accattivante. Mi fece sorridere.
Non ero sicuro di cosa risponderle. Le stavo di nuovo rivolgendo la parola, nel senso in cui lei intendeva?
No. Non se avessi potuto evitarlo. Avrei cercato di evitarlo.
“No, non proprio,” le dissi.
Chiuse gli occhi, il che mi frustrò. Mi aveva tolto la migliore strada d'accesso ai suoi sentimenti. Prese un lungo, lento respiro senza aprirli. La sua mascella stretta.
Con gli occhi ancora chiusi, parlò. Di sicuro non era un normale modo umano di conversare. Perché lo faceva?
“E allora, Edward, che vuoi?”
Il suono del mio nome sulle sue labbra provocò strane cose al mio corpo. Se avessi avuto il battito cardiaco, sarebbe accelerato.
Ma in che modo risponderle?
Con la verità, decisi. Sarei stato sincero come potevo, da adesso in poi. Non volevo meritare la sua diffidenza, anche se ottenere la sua fiducia era impossibile.
“Mi dispiace,” le dissi. Era la cosa più vera che avrebbe mai saputo. Sfortunatamente, potevo solo scusarmi con sincerità per la cosa più insignificante. “Sono molto maleducato, lo so. Ma è meglio così, davvero.”
Sarebbe stato meglio per lei se avessi continuato ad essere maleducato. Potevo?
I suoi occhi si aprirono, la sua espressione ancora circospetta.
“Non capisco che vuoi dire.”
Cercai di avvertirla. “E' meglio se non diventiamo amici.” Di sicuro, avrebbe potuto avvertirlo. Era una ragazza sveglia. “Fidati.”
I suoi occhi si strinsero, e ricordai che le avevo già detto quelle parole prima, proprio prima di rompere una promessa. Indietreggiai quando i suoi denti si strinsero, chiaramente ricordava anche lei.
“Peccato che tu non te ne sia reso conto prima,” disse arrabbiata. “Non avresti avuto nulla di cui rimproverarti.”
La fissai colpito. Cosa ne sapeva dei miei rimorsi?
“Recriminarmi?” chiesi.
“Di non aver lasciato semplicemente che quello stupido furgone mi spiaccicasse!” sbottò.
Rimasi di ghiaccio, incredulo.
Come poteva pensarlo? Salvarle la vita era l'unica cosa accettabile che avevo fatto da quando l'avevo incontrata. L'unica cosa di cui non mi vergognavo. L'unica e sola cosa che mi rendeva grato della mia esistenza. Avevo combattuta per tenerla in vita sin dal primo momento che avevo catturato il suo odore. Come poteva pensare questo di me? Come si permetteva di mettere di discussione l'unica buona azione in tutto questo casino?
“Vuoi dire che pensi mi sia pentito di averti salvato la vita?”
“Non penso. Lo so,” replicò.
Il suo giudizio su di me mi fece ribollire. “Tu non sai niente.”
Com'erano confusi e incomprensibili i congegni della sua mente! Non doveva pensare nello stesso modo degli altri umani. Doveva esserci una spiegazione dietro il silenzio della sua mente. Era completamente differente.
Scosse via il suo viso, stringendo di nuovo i denti. Le sue guance arrossirono, di rabbia questa volta. Sbatté i suoi libri in pila, strattonandoli tra le sue braccia, e marciando verso la porta senza incontrare il mio sguardo.
Anche irritato com'ero, era impossibile non trovare la sua rabbia un po' divertente.
Camminò rigidamente, senza guardare a dove stava andando, e inciampò al bordo della porta. Incespicò, e tutte le sue cose si sparsero sul pavimento. Invece di raccoglierli, rimase rigida e dritta, senza guardare in giù, come se non fosse sicura che i libri meritassero di essere recuperati.
Mi trattenni dal ridere.
Nessuno era lì per guardarmi; volteggiai al suo fianco, e avevo i suoi libri in ordine prima che potesse guardare in basso.
Si piegò leggermente, mi vide e poi s'immobilizzò. Le porsi i libri, assicurandomi che non toccasse la mia pelle fredda.
“Grazie,” disse con voce fredda e severa.
Il suo tono riportò l'irritazione.
“Prego,” dissi con la stessa freddezza.
Si mise dritta e calpestando si avviò alla prossima lezione.
La fissai finché non riuscii più a vedere la sua figura arrabbiata.
Spagnolo passò in un soffio. Mrs. Goff non mi richiamò mai per la mia distrazione, sapeva che il mio Spagnolo era superiore al suo, e mi diede grande tolleranza, lasciandomi libero di pensare.
Quindi, non potevo ignorare la ragazza. Era molto ovvio. Ma voleva significare che non avevo altra scelta che distruggerla? Non poteva essere l'unico futuro disponibile. Avrebbe dovuto esserci un'altra scelta, un delicato contrappeso. Provai a pensare ad un modo...
Non prestai molta attenzione ad Emmett finché non si avvicinò la fine dell'ora. Era curioso, Emmett non era eccessivamente intuitivo sulle diverse sfumature degli umori altrui, ma poteva vedere l'evidente cambiamento. Pensò a cosa era potuto succedere per rimuovere quell'ostinato sguardo torvo dal mio viso. Lottò per capire quale fosse lo scambio, e infine decise che sembravo speranzoso.
Speranzoso? Era così che apparivo dall'esterno?
Riflettei sull'idea della speranza mentre camminavamo verso la Volvo, pensando a cosa avevo fatto di preciso per essere speranzoso.
Ma non dovetti rifletterci a lungo. Sensibile com'ero ai pensieri verso la ragazza, il suono del nome di Bella nelle menti dei... dei miei rivali, supponevo di doverlo ammettere, catturarono la mia attenzione. Eric e Tyler, in testa, con molta soddisfazione, il fallimento di Mike, si stavano preparando a fare la loro mossa.
Eric era già sul posto, posizionato contro il suo pick up dove non avrebbe potuto evitarlo. La lezione di Tyler si stava trattenendo più tardi per l'assegnazione di un compito, ed era in disperata fretta di raggiungerla prima che scappasse.
Questo dovevo vederlo.
“Aspetta gli altri qui, va bene?” mormorai ad Emmett.
Mi lanciò uno sguardo sospettoso, ma poi scrollò le spalle e annuì.
Il ragazzo ha perso la testa, pensò, divertito dalla mia strana richiesta.
Vidi Bella che si allontanava dalla palestra, e aspettai dove non avrebbe potuto vedermi per lasciarla passare. Mentre si avvicinava all'imboscata di Eric, mi avviai, sistemando il mio passo così da camminare davanti al momento giusto.
Vidi il suo corpo irrigidirsi quando catturò la vista del ragazzo ad aspettarla. S'immobilizzò per un momento, poi si rilassò e si mosse in avanti.
“Ciao, Eric,” le sentì dire in tono amichevole.
Ero improvvisamente e inaspettatamente ansioso. E se fosse stato questo ragazzo dalla pelle poco sana a piacerle?
Eric inghiottì rumorosamente, il suo pomo d'Adamo sobbalzante. “Ciao, Bella.”
Appariva ignara del suo nervosismo.
“Come va?” chiese, aprendo il pick up senza guardare alla sua espressione terrorizzata.
“Ehm, mi chiedevo se... verresti con me al ballo di primavera?” La sua voce si spezzò.
Infine alzò lo sguardo. Era sorpresa, o compiaciuta? Eric non riuscì ad incontrare il suo sguardo, così io non potei osservare il suo viso nella sua mente.
“Mi sembrava che secondo tradizione gli inviti spettassero alle ragazze,” disse, suonando turbata.
“Beh, sì,” ammise in modo infelice.
Questo ragazzo pietoso non m'irritava quando Mike Newton, ma non riuscivo a provare simpatia per la sua angoscia dopo che Bella gli aveva risposto in tono gentile.
“Grazie per avermelo chiesto, ma purtroppo quel sabato sarò a Seattle.”
L'aveva già sentito; era ancora una delusione.
“Ah,” mormorò, permettendosi a mala pena di sollevare gli occhi al livello del suo naso. “Allora magari la prossima volta.”
“Certo,” concordò. Poi si morse il labbro inferiore, come pentendosi di avergli lasciato una via d'uscita. Mi piacque.
Eric crollò indietro e si allontanò, dirigendosi dalla parte opposta della sua macchina, la sua unica fuga.
La superai in quel momento, e la sentii sospirare di sollievo. Risi.
Lei si girò al suono, ma io fissai davanti, cercando di trattenere le mia labbra dal piegarsi per il divertimento.
Tyler era dietro di me, quasi correndo nella sua fretta di raggiungerla prima che potesse andare via. Era più baldanzoso e sicuro degli altri due; aveva aspettato così tanto per avvicinarsi a Bella solo perché rispettava il diritto di Mike.
Volevo che la raggiungesse per due motivi. Se, come avevo iniziato a sospettare, tutte queste attenzione stavano irritando Bella, volevo divertirmi a osservare le sue reazioni. Ma, se non era così, se l'invito di Tyler era quello che lei sperava, lo volevo anche sapere.
Valutai Tyler Crowley come rivale, sapendo che era sbagliato da fare. Mi sembrava tediosamente comune e irrilevante, ma cosa ne sapevo delle preferenze di Bella? Forse le piacevano i ragazzi comuni...
Sobbalzai a quel pensiero. Non sarei mai potuto essere un ragazzo comune. Com'era stupido impostarmi come un rivale per i suoi sentimenti. Come avrebbe mai potuto avere premura di qualcuno che era, ad ogni giudizio, un mostro?
Lei era troppo buona per un mostro.
Dovevo lasciarla scappare, ma la mia inspiegabile curiosità mi trattenne dal fare la cosa giusta.
Ancora. Ma se Tyler avesse perso adesso la sua occasione, l'avrebbe contattata più tardi quando non avrei avuto modo di sapere il risultato? Spinsi la mia Volvo fuori dall'angusto parcheggio, bloccandole l'uscita.
Emmett e gli altri erano per strada, ma lui aveva descritto il mio strano comportamento agli altri, e stavano camminando piano, guardandomi, cercando di decifrare cosa stessi facendo.
Osservai la ragazza dal mio specchietto retrovisore. Lanciò un'occhiata torva al retro della mia macchina senza incontrare il mio sguardo, come se stesse sperando di guidare un carro armato piuttosto che un'arrugginita Chevy.
Tyler corse alla sua macchina e si mise in fila dietro di lei, grato per il mio inspiegabile comportamento. Si agitò, cercando di attirare la sua attenzione, ma lei non lo notò. Aspettò per un momento, poi lasciò la sua macchina, camminando verso il finestrino del passeggero. Picchiettò sul vetro.
Lei sobbalzò, e poi lo fissò confusa. Dopo un secondo, abbassò il finestrino manualmente, sembrava aver problemi.
“Scusa Tyler,” disse, la sua voce irritata. “Sono bloccata dietro Cullen.”
Disse il mio cognome con tono aspro, era ancora arrabbiata con me.
“Oh sì, ho visto,” disse Tyler, non scoraggiato dal suo umore. “Volevo soltanto chiederti una cosa, mentre siamo fermi qui.”
Fece un sorriso impudente.
Fui gratificato dal fatto che fosse impallidita al suo evidente scopo.
“Mi inviteresti al ballo di primavera?” chiese lui, nessun pensiero di fallimento nella sua mente.
“Sarò fuori città, Tyler,” gli disse, l'irritazione chiara nella sua voce.
“Già, me l'ha detto Mike.”
“Ma allora...” iniziò a chiedere.
Fece spallucce. “Speravo fosse un modo carino di rifiutare il suo invito.”
I suoi occhi brillarono, poi divennero gelidi. “Spiacente, Tyler,” disse, non suonando del tutto dispiaciuta. “Sarò davvero fuori città.”
L'accettò come scusa, la sua sicurezza intaccata. “Non c'è problema. Rimandiamo al ballo di fine anno.”
Puntò verso la sua macchina.
Avevo fatto bene ad aspettare.
L'orrore nella sua espressione non aveva prezzo. Mi disse che non avrei dovuto avere così disperato bisogno di sapere, che non aveva nessun sentimento per quegli umani che speravano di corteggiarla.
Inoltre, la sua espressione era la cosa più divertente che avessi mai visto.
Poi arrivò la mia famiglia, confusa dal fatto che, in cambio, stessi gongolando con un sorriso piuttosto che con un cipiglio assassino.
Cosa c'è di così divertente? voleva sapere Emmett.
Appena scossi la testa mi uscì una fresca risata mentre Bella riavviava furiosa il motore rumoroso. Sembrava che stesse di nuovo sperando nel carro armato.
“Andiamo!” sibilò Rosalie impaziente. “Smettila di fare l'idiota. Se ci riesci.”
Le sue parole non m'irritarono, era troppo divertente. Ma feci come aveva chiesto.
Nessuno mi rivolse la parola sulla via di casa. Continuai a ridacchiare ancora e ancora, pensando alla faccia di Bella.
Mentre giravo verso la strada, accelerando adesso che non c'erano testimoni, Alice rovinò il mio umore.
“Allora adesso posso parlare con Bella?” chiese all'improvviso, senza considerare le parole di prima, perciò senza avvisarmi.
“No,” sbottai.
“Non è giusto! Cosa devo aspettare?”
“Non ho ancora deciso nulla, Alice.”
“Qualsiasi cosa, Edward.”
Nella sua mente, i due destini di Bella divennero di nuovo chiari.
“Che senso ha conoscerla?” mormorai, improvvisamente immusonito. “Se poi devo ucciderla?”
Alice esitò per un secondo. “Ha senso,” ammise.
Presi la curva finale a novanta all'ora, e poi mi frenai ad un centimetro dal muro di fondo del garage.
“Divertiti nella tua corsa,” disse Rosalie compiaciuta mentre mi lanciavo fuori dalla macchina.
Ma non avrei corso oggi. Al contrario, sarei andato a caccia.
Gli altri avevano programmato di cacciare domani, ma adesso non potevo sopportare la sete. Esagerai, bevendo più del necessario, saziandomi ancora, un piccolo branco di alci e un orso nero che vi inciampò a fortuna. Ero così pieno da sentirmi a disagio. Perché non avrebbe potuto essere abbastanza? Perché il suo odore doveva essere più forte di qualsiasi altra cosa?
Cacciai per prepararmi al giorno dopo, ma, quando smisi e il sole era ancora lontano di ore ed ore dal sorgere, seppi che il giorno successivo non era vicino abbastanza.
Un grande nervosismo mi passò attraverso di nuovo quando mi resi conto che avevo intenzione di andare a trovare la ragazza.
Lottai con me stesso lungo la strada per Forks, ma il mio lato meno nobile vinse il duello, e andai avanti con il mio insostenibile piano. Il mostro era inquieto e ben incatenato. Sapevo che mi sarei mantenuto ad una sana distanza. Volevo soltanto sapere dove stava. Volevo solo vedere il suo viso.
Era mezzanotte passata, e la casa di Bella era buia e silenziosa. Il suo pick up parcheggiato contro il bordo, l'automobile della polizia del padre nel vialetto. Non c'erano pensieri coscienti nelle vicinanze. Osservai la casa per un momento dall'oscurità della foresta che circondava il lato est. La porta di fronte probabilmente era chiusa, nessun problema, eccetto che non volevo lasciare una porta rotta dietro di me come prova. Decisi di provare prima con le finestre. Nessuno si sarebbe preoccupato di installarvi un blocco.
Attraversai il prato e scalai la facciata della casa in mezzo secondo.
Penzolando con una mano dal cornicione sopra la finestra, guardai attraverso il vetro, e mi si fermò il respiro.
Era nella sua stanza. Potevo vederla nel piccolo letto, le sue coperte sul pavimento e le lenzuola attorcigliate tra le gambe. Mentre la osservavo, si girò irrequieta e spostò un braccio sulla sua testa. Non dormiva bene, almeno non questa notte. Sentiva il pericolo vicino a lei?
Mi disgustai di me stesso mentre la guardavo dimenarsi ancora. Ero migliore di un malato spione? Non ero meglio. Ero molto, molto peggio.
Rilassai le dita, sul punto di lasciarmi scivolare. Ma prima mi permisi un'altra lunga occhiata al suo viso.
Non era calmo. Vi era una piccola ruga tra le sopracciglia, gli angoli della sua bocca piegati all'ingiù. Le sue labbra tremarono, e poi si socchiusero.
“Okay, mamma,” mormorò.
Bella parlava nel sonno.
La curiosità m'infiammò, vincendo il disgusto da me stesso. Il richiamo di quegli indifesi, inconsci pensieri pronunciati era impossibilmente allettante.
Cercai la finestra, e non era bloccata, sebbene inceppata dal lungo disuso. La tirai da un lato lentamente, rannicchiandomi ad ogni leggero mormorio della cornice di metallo. Avrei dovuto portare un po' di olio la prossima volta...
La prossima volta? Scossi la testa, di nuovo disgustato.
Mi lanciai silenziosamente attraverso la finestra semi aperta.
La stanza era piccola, disordinata ma non sporca. Accanto al letto c'erano libri impilati sul pavimento, il loro dorso lontano da me, e CD disseminati vicino l'economico lettore, quello in cima era chiaramente un porta CD. Cataste di carte circondavano un computer che sembrava appartenere ad un museo dedicato alle tecnologie obsolete. Scarpe punteggiavano il pavimento di legno.
Volevo tanto leggere i titoli dei suoi libri e CD, ma mi ero promesso che avrei mantenuto le distanze; quindi andai a sedermi su una vecchia sedia nell'angolo più lontano della stanza.
L'avevo mai considerata come una ragazza comune? Pensai a quel primo giorno, e al mio disgusto per quei ragazzi che l'avevano trovato subito intrigante. Ma quando adesso ricordai il suo viso nelle loro menti, non riuscii a capire perché non l'avessi trovata immediatamente bellissima. Sembrava una cosa ovvia.
Proprio adesso, con i capelli scuri arruffati e selvaggi attorno al suo pallido viso, indossava una maglietta consunta piena di buchi con una tuta trasandata, i suoi lineamenti rilassati nell'incoscienza, le sue labbra piene socchiuse, mi tolse il respiro. O lo avrebbe fatto, pensai cautamente, se avessi respirato.
Non parlò. Forse il suo sogno era finito.
Fissai il suo volto e cercai di pensare a qualche modo per rendere il futuro sopportabile.
Ferirla non era tollerabile. Significava che la mia unica scelta era quella di cercare di partire?
Adesso gli altri non avrebbero discusso. La mia assenza non avrebbe messo in pericolo nessuno. Non ci sarebbe stato nessun sospetto, niente per collegare i pensieri di qualcuno all'incidente.
Tentennai come avevo fatto questo pomeriggio, e niente mi sembrò possibile.
Non potevo sperare di rivaleggiare contro un ragazzo umano, anche se quello specifico ragazzo fosse o meno adatto a lei. Ero io il mostro. Come avrebbe potuto vedermi in un altro modo? Se avesse saputo la verità su di me, l'avrebbe spaventate e disgustata. Come una vittima designata in un film dell'orrore, sarebbe corsa via, gridando di terrore.
Ricordai il suo primo giorno a biologia... e seppi esattamente quale sarebbe stata la sua reazione.
Era folle immaginare che, se fossi stato io a chiederle dello stupido ballo, avrebbe cancellato in fretta i suoi piani e accettato di uscire con me.
Non ero io quello a cui era destinata a dire sì. Sarebbe stato qualcun altro, qualcuno di umano e caloroso. E non avrei potuto permettermi, un giorno, quando avrebbe detto di sì, di cacciarlo e poi ucciderlo, perché lei lo meritava, chiunque fosse. Meritava felicità e amore con chiunque avrebbe scelto.
Glielo dovevo, fare la cosa giusta; non potevo più fingere che fossi in pericolo di innamorarmi di questa ragazza.
Dopo tutto, non importava se fossi partito, perché Bella non mi avrebbe mai visto nel modo in cui speravo mi vedesse. Non mi avrebbe mai visto come qualcuno degno di amore.
Mai.
Poteva un cuore morto e freddo spezzarsi? Mi sembrò che il mio potesse farlo.
“Edward,” disse Bella.
Rimasi di ghiaccio, fissando i suoi occhi chiusi.
Si era svegliata, scoprendomi qui? Sembrava addormentata, però la sua voce era stata così chiara...
Sospirò calma, e poi si mosse di nuovo irrequieta, rotolando da un lato, ancora addormentata e sognante.
“Edward,” mormorò dolcemente.
Mi stava sognando.
Poteva un cuore morto e freddo battere di nuovo? Mi sembrò che il mio fosse sul punto di farlo.
“Resta,” sospirò. “Non andare. Ti prego... non andare.”
Mi stava sognando, e non era neanche un incubo. Voleva che restassi con lei, lì in quel sogno.
Lottai per riuscire a descrivere i sentimenti che m'inondarono, ma non avevo parole abbastanza forti per fermarli. Per un lungo momento, annegai in essi.
Quando risalii in superficie, non ero lo stesso uomo che ero stato.
La mia vita era un'infinita, un'immutata mezzanotte. Per me era necessario che rimanesse tale. Come poteva essere possibile che il sole stesse sorgendo adesso, nel mezzo della mia mezzanotte?
Da quando ero diventato vampiro, scambiando la mia anima e la mia mortalità per l'immortalità nell'infiammante dolore della trasformazione, ero stato davvero congelato. Il mio copro si era trasformato in qualcosa di più vicino alla roccia che alla carne, resistente e immutato. Anche il me stesso si era ghiacciato per com'era, la mia personalità, il miei gusti e le mie avversioni, i miei umori e i miei desideri; avevano tutti un posto fisso.
Era lo stesso per il resto di loro. Eravamo tutti congelati. Pietre viventi.
Quando arrivava per noi un cambiamento, era una cosa rara e permanente. Lo avevo visto accadere con Carlisle, e una decina di anni dopo con Rosalie. L'amore li aveva cambiati in modo eterno, un modo che non sarebbe mai svanito. Erano passati più di ottant'anni da quando Carlisle aveva trovato Esme, e ancora la guardava con gli occhi incredibili del primo amore. Per loro sarebbe stato così per sempre.
Sarebbe stato così per sempre anche per me. Avrei sempre amato questa fragile ragazza umana, per il resto della mia infinita esistenza.
Osservai il suo viso inconscio, sentendo questo amore sistemarsi in ogni parte del mio corpo di pietra.
Dormiva molto più calma adesso, un leggero sorriso sulle sue labbra.
Sempre guardandola, iniziai a complottare.
L'amavo, e quindi avrei potuto provare ad essere forte abbastanza da lasciarla. Sapevo che non ero così forte. Avrei dovuto lavorarci. Ma forse ero abbastanza risoluto da eludere il suo futuro in un altro modo.
Alice aveva visto solo due futuri per Bella, e adesso li compresi entrambi.
Amarla non mi avrebbe trattenuto dall'ucciderla, se avessi permesso a me stesso di fare errori.
Anche adesso non potevo sentire il mostro, non riuscivo a trovarlo da nessuna parte.
Forse l'amore lo aveva zittito per sempre. Se ora l'avessi uccisa, non sarebbe stato intenzionale, ma soltanto un orribile incidente.
Avrei dovuto essere eccessivamente attento. Non sarei mai, mai stato capace di abbassare la guardia. Avrei dovuto controllare ogni mio respiro. Avrei dovuto mantenere sempre una distanza di sicurezza.
Non avrei commesso errori.
Finalmente capii quel secondo futuro. Ero stato deviato da quella visione, come era possibile che Bella risultasse prigioniera di questa mezza vita immortale? Adesso, devastato dall'amore per la ragazza, compresi come avrei potuto, per imperdonabile egoismo, chiedere a mio padre quel favore. Chiedergli di prendersi la sua vita e la sua anima così che io avrei potuto averla per sempre.
Meritava di meglio.
Ma vidi un altro futuro, dove sarei stato capace di camminare sopra un filo sottile, se avessi saputo mantenere l'equilibrio.
Potevo? Stare con lei e lasciarla umana?
Di proposito, presi un respiro profondo, e poi un altro, lasciando che il suo odore mi strappasse via come un lampo. La stanza era densa del suo profumo; la sua fragranza era posata su ogni superficie. Mi girò la testa, ma lottai contro lo stordimento. Dovevo abituarmi, se avevo intenzione di tentare un qualsiasi tipo di rapporto con lei. Presi un altro profondo, infiammante respiro.
La osservai dormire mentre il sole sorgeva ad est dietro le nuvole, complottando e respirando.


Tornai a casa giusto prima che gli altri partissero per la scuola. Mi cambiai velocemente, evitando gli occhi indagatori di Esme. Vide la febbrile luce nel mio volto, e sentì preoccupazione e sollievo. La mia lunga malinconia l'aveva addolorata, era felice che sembrasse finita.
Corsi a scuola, arrivando pochi secondi dopo i miei fratelli. Non si girarono, sebbene almeno Alice doveva sapere che ero lì nel denso bosco che delimitava il marciapiede. Aspettai che nessuno guardasse, e poi rotolai casualmente fuori dagli alberi dentro il parcheggio pieno di macchine.
Sentii il rumore del pick up di Bella dietro l'angolo, e mi fermai dietro un Suburban, dove potevo osservare senza essere visto.
Guidò dentro il parcheggio, guardando la mia Volvo per un lungo momento prima di parcheggiare in un posto più distante, un cipiglio sul suo viso.
Era strano ricordare che probabilmente era arrabbiata con me, e con tutte le buone ragioni.
Volevo ridere di me stesso, o tirarmi un calcio. Tutti i miei complotti e piani erano completamente messi in discussione se a lei non importava di me, no? Il suo sogno poteva esser stato un caso fortuito. Ero un così pazzo arrogante.
Bene, era meglio per lei se non si interessava a me. Non mi avrebbe fermato dal perseguirla, ma le avrei dato un chiaro avvertimento mentre la seguivo. Glielo dovevo.
Camminai silenziosamente diritto, pensando al miglior modo per avvicinarla.
Lo rese facile. Le chiavi della sua macchina le scivolarono tra le dita mentre usciva, e caddero in una profonda pozzanghera.
Si abbassò, ma le presi prima io, recuperandole prima che mettesse le dita nell'acqua fredda.
Mi poggiai contro il suo pick up mentre trasaliva e poi si raddrizzava.
“Ma come fai?” domandò.
Sì, era ancora arrabbiata.
Le offrii le chiavi. “Come faccio cosa?”
Tese la mano, e lasciai che le chiavi le cadessero sul palmo. Presi un respiro profondo, trascinando il suo odore.
“Ad apparire dal nulla,” chiarì.
“Bella, non è colpa mia se tu sei straordinariamente distratta.” Le parole erano beffarde, quasi uno scherzo. C'era qualcosa che non notava?
Aveva sentito la mia voce avvolgere il suo nome come una carezza?
Mi guardò torva, senza apprezzare il mio umorismo. Il suo battito accelerò, per la rabbia?
Per la paura? Dopo un momento, abbassò lo sguardo.
“Perché l'ingorgo, ieri sera?” chiese senza incontrare i miei occhi. “Pensavo avessi deciso di fingere che non esisto, non di irritarmi a morte.”
Ancora molto arrabbiata. Serviva molta più fatica per migliorare le cose. Ricordai il mio proposito di essere sincero con lei...
“L'ho fatto per Tyler. Dovevo concedergli una possibilità.” E poi risi. Non seppi trattenermi, pensando alla sua espressione di ieri.
“Razza di...” rantolò, e poi si bloccò, sembrando troppo furiosa per finire. Eccola, la stessa espressione. Soffocai un'altra risata. Era già abbastanza furibonda.
“E non sto fingendo che tu non esista,” finii. Era buono mantenersi casuali, canzonatori. Non avrebbe capito se le avessi fatto vedere come mi sentivo realmente. L'avrei spaventata. Dovevo mantenere i miei sentimenti sotto controllo, mantenermi sul leggero...
“Allora hai deciso di irritarmi a morte, visto che il furgoncino di Tyler non è riuscito a farmi fuori?”
Un veloce guizzo di rabbia mi vibrò. Poteva onestamente crederci?
Era così irrazionale per me essere insultato, non aveva visto la trasformazione che era accaduta quella notte. Ma allo stesso tempo ero arrabbiato.
“Bella, sei totalmente assurda,” sbottai.
Il suo viso arrossì, e mi girò la schiena. Iniziò a camminare via.
Rimorso. Non avevo diritto di arrabbiarmi.
“Aspetta,” pregai.
Non si fermò, così la seguii.
“Scusa se sono stato maleducato. Non dico che non sia vero,” era assurdo immaginare che avevo voluto ferirla in quel modo, “ma è stato maleducato dirtelo, ecco.”
“Perché non mi lasci stare?”
Credimi, volevo dirle. Ci ho provato.
Oh, e anche, sono infelicemente innamorato di te.
Mantenermi sul leggero.
“Volevo chiederti una cosa, ma mi hai fatto perdere il filo del discorso.” Un corso di recitazione mi avrebbe scoperto, e risi.
“Soffri di disordini da personalità multipla?” chiese.
Doveva essere così. Il mio umore era irregolare, così tante emozioni mi stavano attraversando.
“Non sviarmi un'altra volta” puntualizzai.
Sospirò. “Va bene. Cosa vuoi?”
“Mi chiedevo se, sabato prossimo...” vidi lo shock attraversarle il viso, e soffocai un'altra risata. “Hai presente, il giorno del ballo di primavera...”
M'interruppe, finalmente riportando i suoi occhi dentro i miei. “Mi stai prendendo in giro?”
Sì. “Per cortesia, posso finire di parlare?”
Aspettò in silenzio, i denti premuti contro il suo labbro inferiore.
Quella vista mi distrasse per un secondo. Strane, sconosciute reazioni si agitarono profonde nel mio dimenticato cuore umano. Cercai di scacciarle così avrei potuto recitare la mia parte.
“Ti ho sentita dire che quel giorno hai in programma di andare a Seattle e volevo chiederti se accetteresti un passaggio,” offrii. Avevo realizzato che invece di domandarle dei suoi piani, avrei potuto farvene parte.
Mi fissò assente. “Cosa?”
“Vuoi un passaggio fino a Seattle?” Solo nella macchina con lei, la mia gola bruciò al pensiero. Presi un respiro profondo. Abituati.
“Da chi?” chiese, i suoi occhi ancora spalancati e confusi.
“Da me, ovviamente,” dissi lento.
“Perché?”
Era un così grande shock il fatto che volessi tenerle compagnia? Doveva aver usato i peggiori significati possibili per il mio comportamento passato.
“Beh...” dissi più indifferente possibile, “avevo intenzione di fare un salto a Seattle nelle prossime settimane e, onestamente, non sono sicuro che il tuo pick up possa farcela.” Sembrava più facile sottoporle il problema difficile piuttosto che permettermi di essere serio.
“Il mio pick up funziona più che bene, molte grazie per l'interessamento,” disse con voce sorpresa. Iniziò a camminare di nuovo. Mantenni il suo passo.
Non aveva risposto di no in realtà, così mi spinsi su quel vantaggio.
Avrebbe risposto di no? Cosa avrei fatto se lo avesse detto?
“Il tuo pick up ce la fa anche con un solo pieno di benzina?”
“Non credo siano affari tuoi,” borbottò.
Non era ancora un no. E il suo cuore stava battendo ancora più veloce, il suo respiro diventava più svelto.
“Lo spreco di riserve non rinnovabili è affare di tutta la comunità.”
“Seriamente, Edward, non riesco a seguirti. Pensavo non volessi essermi amico.”
Un brivido mi colpì quando pronunciò il mio nome.
Come potevo mantenermi sul leggero ed essere onesto allo stesso tempo? Bene, era molto più importante essere onesti. Soprattutto su questo punto.
“Ho detto che sarebbe meglio se non diventassimo amici, non che non voglio.”
“Oh, grazie, adesso è tutto molto più chiaro,” disse sarcasticamente.
Si fermò sotto il tetto della caffetteria, e incontrò di nuovo il mio sguardo. Il suo battito farfugliò. Era spaventata?
Scelsi le mie parole attentamente. No, non potevo lasciarla, ma forse lei era abbastanza intelligente da lasciare me, prima che fosse troppo tardi.
“Sarebbe molto più... prudente che tu non diventassi mia amica.” Fissando il cioccolato sciolto nelle profondità dei suoi occhi, persi la mia stretta sul leggero. “Ma sono stanco di costringermi ad evitarti, Bella.” Le parole bruciarono con troppo fervore.
Il suo respiro si fermò, e nel secondo che impiegò a ripartire, mi preoccupò.
Quanto l'avevo spaventata? Beh, lo avrei scoperto.
“Vieni con me a Seattle?” domandai, ad un punto cieco.
Annuì, il suo cuore tamburellando forte.
. Mi aveva detto di sì.
E allora la mia coscienza mi scosse. Quanto le sarebbe costato?
“Sarebbe meglio se stessi lontana da me,” la avvertii. Mi aveva sentito? Sarebbe scappata dal futuro in cui la stavo rinchiudendo? Non avrei potuto far nulla per salvarla da me?
Mantieniti sul leggero, gridai a me stesso. “Ci vediamo a lezione.”
Dovetti concentrarmi a fermare me stesso dal correre mentre fuggivo.















Nessun commento:

Posta un commento