Capitolo 2 Midnight Sun by Stephanie Meyer



Capitolo 2 Libro aperto

Mi buttai contro la panchina coperta di neve, lasciando che la secca polvere riprendesse forma attorno il mio peso. La mia pelle si era raffreddata come l'aria attorno me, e i piccoli pezzi di ghiaccio erano vellutati sopra di essa.
Il cielo sopra di me era chiaro, brillante di stelle, luccicante di blu in alcuni posti, gialli in
altri. Le stelle creavano maestosità, turbinando contro l'universo scuro, una vista meravigliosa.
Squisitamente bellissima. O piuttosto solo squisita. Lo sarebbe stata, se fossi stato davvero capace di vederla.
Non stava migliorando. Erano passati sei giorni, sei giorni nascosto nella vuota landa di Denali, ma non ero più vicino alla libertà rispetto al momento in cui avevo catturato il suo odore.
Quando guardavo le stelle in quel prezioso cielo, era come se ci fosse un ostacolo tra i miei occhi e la loro bellezza. L'ostacolo era un viso, un semplice inosservabile volto umano, che non riuscivo a togliere dalla mia mente.
Sentii i pensieri avvicinarsi prima dei passi che li accompagnavano. Il suono del movimento era solo un leggero sussurro contro la polvere.
Non ero sorpreso che Tanya mi avesse seguito. Sapevo che avrebbe rimuginato su questa futura conversazione per i prossimi giorni, rinviandola fino a che non avesse saputo esattamente cosa dire.
Balzò alla vista circa cinque metri e mezzo più in là, saltellando sulla cima di una roccia nera che
affiorava dal terreno e bilanciandosi sulla punta dei piedi nudi.
La pelle di Tanya era argentata alla luce della luna, e i suoi lunghi capelli biondi e ricci brillavano
pallidi, quasi rosa nella loro tinta fragola. I suoi occhi color ambra luccicavano mentre mi spiava,
quasi sotterrati dalla neve, e le sue labbra piene si tesero lentamente in un sorriso.
Squisito. Se fossi stato capace di vederla. Sospirai.
Si accovacciò sulla punta della pietra, le sue dita toccavano la roccia, il suo corpo rannicchiato.
Bomba di cannone, pensò.
Si lanciò in aria, la sua figura divenne scura, intrecciando ombre mentre si spingeva con grazia tra me e le stelle. Si curvò in una palla mentre colpiva la pila di neve sulla panchina sotto di me.
Una tempesta di neve mi soffiò intorno. Le stelle diventarono nere e fui sepolto profondamente sotto piume di cristalli di ghiaccio.
Sospirai di nuovo, ma non mi mossi per dissotterrarmi. Il buio sotto la neve non mi infastidiva o
migliorava la vista. Vedevo ancora lo stesso viso.
"Edward?"
La neve stava fluendo di nuovo mentre Tanya mi dissotterrava. Spazzolò la polvere dal mio volto
immobile, senza incontrare i miei occhi.
"Scusa", mormorò. "Era uno scherzo."
"Lo so. E' stato divertente."
Torse la bocca.
"Irina e Kate hanno detto che avrei dovuto lasciarti solo. Pensano che ti irriti."
"Non proprio," la rassicurai. "Al contrario. Sono io quello sgarbato, sgarbato in modo odioso."
Non tornerai a casa? pensò.
"Non ho..ancora..deciso."
Ma non starai qui. I suoi pensieri erano malinconici ora.
"No. Non sembra che stia... aiutando."
Fece una smorfia. "E' colpa mia?"
"Certo che no," mentii facilmente.
Non essere gentiluomo.
Sorrisi.
Ti metto a disagio, accusò.
"No."
Sollevò un sopracciglio, la sua espressione così scettica che risi. Una breve risata, seguita da
un altro sospiro.
"Va bene," ammisi. "Giusto un po'."
Sospirò anche lei, e si prese le guance tra le mani. I suoi pensieri erano di delusione.
"Sei mille volte più affascinante delle stelle, Tanya. Certo, non ne sei ancora ben consapevole. Non
lasciare che la mia testardaggine indebolisca il tuo affetto." Ridacchiai all'improbabilità.
"Non sono abituata ad essere rifiutata," brontolò, il suo labbro inferiore sporse in un attraente
broncio.
"Certo che no," fui d'accordo, cercando con un po' di successo di bloccare i suoi pensieri mentre metteva al setaccio le memorie di milioni di conquiste. La maggior parte delle volte Tanya preferiva uomini umani, erano molto popolari, con l'aggiunta del vantaggio di essere soffici e caldi. E sempre entusiasti, in definitiva.
"Succube," la presi in giro, sperando che interrompesse le immagini tremolanti della sua testa.
Sorrise, mostrando i denti. "Originale."
A differenza di Carlisle, Tanya e le sue sorelle aveva scoperto la loro coscienza lentamente. Alla fine, era l'affettuosità per gli uomini umani che aveva fermato le sorelle dal massacro. Adesso gli uomini che loro amavano...vivevano.
"Quando ti sei fatto vivo," disse Tanya lentamente. "Ho pensato che.."
Sapevo cosa aveva pensato. E avrei dovuto indovinare che si sarebbe sentita in quel modo. Ma in quel momento non ero al meglio di me per pensare analiticamente.
"Pensavi avessi cambiato idea."
"Si." Si accigliò.
"Mi sento orribile per giocare con le tue aspettative, Tanya. Non volevo, non ci stavo pensando. E' solo che.. sono partito piuttosto di fretta."
"Suppongo non mi possa spiegare il perché...?"
Mi sedetti e circondai le gambe con le braccia, curvandomi in difesa. "Non voglio parlarne."
Tanya, Irina e Kate erano davvero brave nella vita che avevano scelto. Meglio, per alcuni versi, di
Carlisle. Nonostante l'insana vicinanza che permettevano tra loro e quelle che avrebbero dovuto essere, una volta, le loro prede, non facevano errori. Mi vergognavo troppo per ammettere a Tanya la mia debolezza.
"Problemi di donne?" indovinò, ignorando la mia riluttanza.
Risi desolato. "Non nel modo in cui intendi."
Era in silenzio adesso. Ascoltai i suoi pensieri mentre correva attraverso diverse risposte, cercando di decifrare il significato delle mie parole.
"Non ci sei vicina," le dissi.
"Un indizio?" chiese.
"Per favore lascia stare, Tanya."
Rimase di nuovo in silenzio, ancora speculando. La ignorai, cercando invano di apprezzare le stelle.
Rinunciò dopo un momento di silenzio, e i suoi pensieri la spinsero in un'altra direzione.
Dove andrai Edward, se partirai? Ritornerai da Carlisle?
"Non penso," sussurrai.
Dovrei sarei andato? Non riuscivo a pensare ad un singolo posto sull'intero pianeta che avesse qualche interesse per me. Non c'era niente che volevo vedere o fare. Perché, non importava dove andassi, non ero intenzionato ad andare da qualche parte, volevo soltanto scappare via.
Lo odiavo. Da quando ero diventato così codardo?
Tanya mise il suo esile braccio attorno alle mie spalle. M'irrigidii, ma non mi sottrassi dal suo tocco.
Lo aveva fatto come se non ci fosse stato niente di più amichevolmente confortevole.
"Penso che tornerai," disse, nella sua voce una traccia del suo perso accento russo. "Non importa
come.. non importa chi.. ti sta dando la caccia. Lo affronterai. Sei il tipo."
I suoi pensieri erano certi come le sue parole. Cercai di abbracciare la visione del me stesso che
vedevo nella sua mente. Quello che affrontava le cose a testa alta. Era piacevole pensare a me stesso in quel modo. Non avevo mai dubitato del mio coraggio, della mia abilità di affrontare le difficoltà, prima di quell'orribile ora durante biologia giusto un po' di tempo fa.
Le baciai la guancia, ritirandomi velocemente mentre girava il viso verso il mio, le sue labbra già
corrugate. Sorrise con rammarico alla mia velocità.
"Grazie Tanya. Avevo bisogno di sentirmelo dire."
I suoi pensieri tornarono scontrosi. "Prego, credo. Spero che sarai molto più ragionevole su certe cose, Edward."
"Mi dispiace, Tanya. Sai che sei troppo buona per me. Io.. non ho ancora trovato quello che sto
cercando."
"Bene, se partirai prima che possa rivederti...addio, Edward."
"Addio, Tanya." Mentre dicevo quelle parole, riuscii a vedere. Riuscii a vedere me stesso partire.
Essere forte abbastanza da tornare nell'unico posto in cui volevo stare. "Grazie di nuovo."
Era già in piedi in un unico agile movimento, e poi stava già correndo via, attraversando la neve così veloce che i suoi piedi non avevano nemmeno il tempo di toccarla; non lasciava impronte dietro di lei. Non si voltò indietro. La mia reazione l'aveva disturbata più delle volte precedenti, anche nei suoi pensieri.
Non avrebbe voluto rivedermi prima di partire.
La mia bocca si torse dal dispiacere. Non mi piaceva ferire Tanya, sebbene i suoi sentimenti non fossero profondi, a mala pena sinceri, e in qualunque caso, non qualcosa che io avrei potuto ricambiare. Mi faceva sentire meno di un gentiluomo.
Poggiai il mento sopra le mie ginocchia e fissai su verso il cielo di nuovo, benchè fossi
improvvisamente ansioso di ritornare. Sapevo che Alice mi avrebbe visto tornare a casa, dicendolo agli altri. Questo li avrebbe resi felici, Carlisle ed Esme soprattutto. Ma guardai le stelle ancora per un altro momento, cercando di vedere di nuovo il viso. Tra me e le brillanti stelle nel cielo, un paio di sorprendenti occhi color cioccolato mi fissavano di rimando, sembravano chiedermi cosa avrebbe significato per lei questa decisione. Certo, non ero sicuro che fosse la vera informazione di cui quegli occhi erano curiosi. Anche nella mia immaginazione, non potevo sentirle i pensieri. Gli occhi di Bella Swan continuavano nella domanda, e una via sgombra di stelle continuava ad eluderle. Con un pesante sospiro, rinunciai, e mi rimisi in piedi. Se avessi corso, sarei tornato alla macchina di Carlisle in meno di un'ora...
Di fretta per rivedere la mia famiglia, e volendo essere l'Edward che affrontava le cose a testa alta,
corsi attraverso il campo ricoperto di neve e stelle, senza lasciare impronte.


"Andrà bene," respirò Alice. I suoi occhi erano offuscati, e Jasper le poggiava la mano sul gomito,
guidandola mentre camminavamo verso la mensa in stretto gruppo. Rosalie ed Emmett aprivano la strada, Emmett sembrava una ridicola guardia del corpo nel bel mezzo delle ostilità. Rose sembrava circospetta, troppo, ma più irritata che protettiva. "Certo che si," brontolai. Il loro comportamento era ridicolo. Se non fossi stato positivo nel sopportare questo momento, sarei rimasto a casa.
Nell'improvviso cambiamento alla nostra normale quasi giocosa mattinata, l'eccessiva vigilanza sarebbe stata comica se non fosse stata irritante, aveva nevicato la notte, e Emmett e Jasper avevano cercato di avvantaggiarsi dalla mia distrazione, tornando poi a giocare tra di loro.
"Non è ancora qui, ma sta arrivando... non sarà sottovento se ci sediamo al solito posto."
"Certo che staremo al solito posto. Smettila, Alice. Mi stai irritando. Sto assolutamente bene."
Sbatte le ciglia una volta mentre Jasper la aiutava a sedersi, e i suoi occhi si focalizzarono sul mio
viso.
"Hmm," disse, suonando sorpresa. "Penso che tu abbia ragione."
"Certo che si," mormorai.
Odiavo essere al centro delle loro preoccupazioni. Sentii un'immediata simpatia per Jasper,
ricordando tutte le volte che eravamo stati iperprotettivi con lui. Incontrò il mio sguardo brevemente, e sorrise.
Irritante, vero?
Gli feci una smorfia.
Era passata solo una settimana, dalle squallide stanze che sembravano così mortalmente cupe per me?
Era sembrato quasi una dormita, come un coma, essere qui?
Oggi avevo i nervi leggermente tesi, corde di piano, tese a suonare alla più piccola pressione. I mie
sensi erano all'erta; analizzavo ogni suono, ogni vista, ogni movimento dell'aria che toccava la mia
pelle, ogni pensiero. Specialmente i pensieri. Vi era un unico senso che tenevo bloccato, rifiutando di usarlo. L'odore, ovvio. Non respiravo.
Mi aspettavo di sentire di più sui Cullen nei pensieri che stavo setacciando. Avevo aspettato tutto il
giorno, cercando qualsiasi cosa la nuova conoscenza Bella Swan avrebbe potuto confidare, provando a vedere la direzione che avrebbero preso i pettegolezzi. Ma non c'era nulla. Nessuno aveva notato i cinque vampiri nella mensa, come prima che quella nuova ragazza fosse arrivata. Molti umani qui stavano pensando a lei, alle stesse cose della scorsa settimana. Invece di trovarlo noioso, adesso ne ero affascinato.
Non aveva detto nulla di me?
Non c'era stato verso che non avesse notato il mio sguardo nero e omicida. L'avevo vista reagire. Di
sicuro l'avevo scioccamente spaventata. Mi ero convinto che l'avrebbe menzionato a qualcuno, forse
esagerando un po' la storia. Dandogli un tono un poco più minaccioso.
E poi, mi aveva sentito mentre cercavo di cambiare la nostra lezione di biologia. Doveva aver pensato, dopo aver visto la mia espressione, se fosse stata lei la causa. Una normale ragazza avrebbe chiesto in giro, paragonato le sue esperienze con gli altri, cercato un terreno comune che avrebbe spiegato il mio comportamento così non si sarebbe sentita selezionata. Gli umani erano particolarmente disperati a sentirsi umani, ad adattarsi. A mescolarsi con gli altri, come un noioso branco di pecore. Il bisogno era particolarmente forte durante l'adolescenza. Questa ragazza non sarebbe stata un'eccezione alla regola.
Ma nessuno prese nota del fatto che eravamo seduti qui, al nostro solito tavolo. Bella doveva essere
eccezionalmente timida, se non era in confidenza con nessuno. Forse ne aveva parlato con il padre, forse aveva un forte rapporto... benchè sembrasse improbabile, dato il fatto che aveva speso così poco tempo con lui in tutta la sua vita. Sarebbe stata più vicina alla madre. Tuttavia, presto sarei dovuto passare dallo sceriffo Swan qualche volta e ascoltare cosa ne pensava.
"Qualche novità?" chiese Jasper.
"Niente. Non deve... aver detto nulla."
Tutti alzarono un sopracciglio a questa notizia.
"Forse non sei spaventoso come credi," disse Emmett, ridacchiando. "Scommetto che avresti potuto
spaventarla meglio."
Ruotai gli occhi.
"Pensi perché...?" Rimase di nuovo perplesso per la mia rivelazione a proposito dell'unico silenzio della ragazza.
"Ne abbiamo già parlato. Non lo so."
"Sta arrivando," mormorò allora Alice. Sentii il mio corpo irrigidirsi. "Cerca di sembrare umano."
"Umano, hai detto?" chiese Emmett.
Alzò il pugno destro, torcendo le dita per rivelare una palla di neve che aveva salvato nel suo palmo.
Ovvio che non si era sciolta lì. La compresse in un grumoso blocco di ghiaccio.
I suoi occhi erano su Jasper, ma vedevo la direzione dei suoi pensieri. Così fece Alice, ovviamente.
Quando all'improvviso gettò il pezzo di ghiaccio verso di lei, la colpì via casualmente con un frullo di dita. Il ghiaccio rimbalzò lungo tutto la mensa, troppo veloce per essere visibile agli occhi umani, e andò in frantumi con un acuto crack contro il muro di mattoni. Anche i mattoni fecero crack.
Tutte teste di quell'angolo si girarono a guardare la pila di ghiaccio rotto sul pavimento, e poi si
girarono a cercare il colpevole. Non guardarono più in la di qualche tavolo. Nessuno guardò verso di noi.
"Molto umano, Emmett," disse Rosalie in modo aspro. "Perché non ti lanci contro il muro dato che ci sei?"
"Sarebbe molto più impressionante se lo facessi tu, piccola."
Cercai di prestare attenzione a loro, mantenendo un sorriso fisso sul mio viso come se fossi parte del loro gioco. Non dovevo permettere a me stesso di guardare oltre la linea dove sapevo che lei stava.
Ma quello fu tutto ciò che ascoltai.
Potevo sentire l'impazienza di Jessica verso la nuova ragazza, che sembrava anche essere distratta,
immobile nella fila. Vidi, nei pensieri di Jessica, che le guance di Bella Swan erano ancora di nuovo
colorate di un brillante rosa sangue.
Mi spinsi in brevi, secchi respiri, pronto a smettere di respirare se una qualsiasi traccia del suo odore avesse toccato l'aria vicino me.
Mike Newton era con le due ragazze. Sentii entrambe le sue voci, mentali e verbali, quando chiese a
Jessica cosa avesse la ragazza Swan. Non mi piaceva il modo in cui i suoi pensieri ruotavano attorno a lei, il fremito di fantasie già stabilite che gli annebbiavano la mente mentre la guardava partire e distogliersi dalle sue fantasticherie come se si fosse dimenticata di essere lì.
"Niente," sentii Bella dire in una calma, chiara voce. Sembrava un suono di campane sopra il
chiacchiericcio della mensa, ma sapevo che era solo perché la stavo ascoltando così intensamente.
"Oggi prendo soltanto una soda," continuò mentre si muoveva con la fila. Non riuscii a trattenere dal dare un'occhiata nella sua direzione. Stava fissando il pavimento, il sangue che lentamente svaniva dal suo viso. Guardai altrove velocemente, ad Emmett, che rideva del mio sorriso addolorato adesso.
Sembri malato, fratello.
Riadattai i miei lineamenti così che l'espressione sarebbe sembrata casuale e sciolta.
Jessica stava pensando alla mancanza d'appetito della ragazza. "Non hai fame?"
"A dir la verità, non mi sento tanto bene." La sua voce era bassa, ma ancora molto chiara.
Perché mi disturbava, la preoccupazione protettiva che improvvisamente emanavano i pensieri di Mike Newton? Che importava che ci fosse un filo di possessività in essi? Non erano affari miei se Mike Newton si sentiva inutilmente ansioso per lei. Forse era il modo in cui tutti le rispondevano. Non avevo voluto anch'io, istintivamente, proteggerla? Prima che volessi ucciderla, certo...
Ma la ragazza era malata?
Era difficile da giudicare, sembrava così delicata con la sua pelle traslucida. Poi mi resi conto che
anch'io mi stavo preoccupando, proprio come quello stolto ragazzo, e mi sforzai di non pensare alla sua salute.
Nonostante tutto, non mi piaceva controllarla attraverso i pensieri di Mike. Mi spostai su Jessica,
guardando attentamente a che tavolo i tre si sarebbero seduti. Fortunatamente, si sedettero con la
solita compagnia di Jessica, ad uno dei primi tavoli della stanza. Non sottovento, proprio come aveva promesso Alice.
Alice mi tirò una gomitata. Guarderà presto, comportati da umano.
Strinsi i denti dietro il mio sorriso.
"Rilassati Edward," disse Emmett. "Onestamente. Così ucciderai solo un'umana. Non è mica la fine del mondo."
"Sapessi," mormorai.
Emmett rise. "Imparerai a passarci sopra. Come me. L'eternità è molto lunga per rotolarsi nella colpa."
Proprio allora, Alice lanciò una piccola manciata di ghiaccio che aveva nascosto dal fiducioso volto di Emmett.
Lui ammiccò, sorpreso, e poi sorrise in anticipo.
"Lo hai voluto tu," disse mentre si abbassava verso il tavolo e scuoteva i suoi capelli pieni di neve
nella sua direzione. La neve, sciogliendosi nella calda stanza, fluì dai suoi capelli in una densa
pioggia mezza liquida, mezza ghiacciata.
"Ehi!" si lamentò Rose, mentre lei e Alice indietreggiavano dal diluvio.
Alice rise, e noi ci unimmo. Potevo vedere nella mente di Alice come avesse orchestrato questo perfetto momento, e seppi che la ragazza, avrei dovuto smetterla di chiamarla in quel modo, come se fosse l'unica ragazza al mondo, seppi che Bella ci avrebbe visto ridere e giocare, felici e umani come un irrealistico quadro di Norman Rockwell.
Alice continuò a ridere, e alzò il suo vassoio come scudo. La ragazza, Bella ci stava ancora fissando.
...guardando ancora ai Cullen, il pensiero di qualcuno catturò la mia attenzione.
Mi voltai automaticamente verso involontaria chiamata, realizzando, mentre i miei occhi trovavano la loro destinazione, che avevo riconosciuto la voce, l'avevo ascoltata molto oggi.
Ma i miei occhi passarono su Jessica, e si concentrarono sul penetrante sguardo della ragazza.
Cosa stava pensando? La frustrazione sembrava diventare molto più acuta con il passare del tempo,
piuttosto che offuscarsi. Cercai, incerto in quello che stavo facendo per non averlo mai provato, di
sondare con la mia mente attorno al suo silenzio. Il mio extra udito era sempre venuto con naturalezza, senza chiedere; non avevo mai provato a lavorarci. Ma adesso mi concentrai, cercando di rompere qualsiasi scudo la circondasse.
Niente tranne silenzio.
Ma cos'ha? Il pensiero di Jessica era l'eco della sua frustrazione.
"Edward Cullen ti sta fissando," sussurrò all'orecchio della Swan, aggiungendo una risatina. Non c'era traccia dell'irritante gelosia nel suo tono. Jessica sembrava qualificata alle false amicizie.
Ascoltai, troppo assorbito, la risposta della ragazza.
"Non sembra arrabbiato, vero? sussurrò di rimando.
Così aveva notato la mia selvaggia reazione della scorsa settimana. Certo che si.
La domanda confuse Jessica. Vidi il mio volto nei suoi pensieri mentre controllava la mia espressione, ma non incontrai il suo sguardo. Ero ancora concentrato sulla ragazza, cercando di sentire qualcosa. La mia intensa concentrazione non sembrava aiutare.
"No," le disse Jessica, e seppi che sperava dire di si, il mio sguardo fisso bruciava dentro di lei, benché non ce ne fosse traccia nella sua voce. "Dovrebbe esserlo?"
"Penso di non piacergli," la ragazza sussurrò, abbassando la testa sul suo braccio come se fosse
improvvisamente stanca. Cercai di capire il motivo, ma potevo solo indovinare. Forse era stanca.
"Ai Cullen non piace nessuno," la rassicurò Jessica. "Beh, non fanno proprio granché caso agli altri per considerarli."
Di solito. I suoi pensieri erano un borbottio di lamenti. "Ma lui continua a fissarti."
"Smettila di guardarlo," la ragazza disse ansiosamente, alzando la testa dal suo braccio per assicurarsi che Jessica avesse obbedito.
Jessica ridacchiò, ma fece come le era stato chiesto.
La ragazza non guardò lontano dal suo tavolo per il resto dell'ora. Pensai, benché non ne fossi sicuro, che fosse calcolato. Sembrava come volesse guardarmi. Il suo corpo era girato verso la mia direzione, il suo mento avrebbe voluto voltarsi, e poi si fermò, prese un respiro profondo, e fissò intensamente chi stava parlando.
Ignorai gli altri pensieri attorno alla ragazza, come se non fossero, momentaneamente, su di lei. Mike Newton stava pianificando una battaglia di neve nel parcheggio dopo la scuola, non sembrava essersi accorto che la neve si era già sciolta sotto la pioggia. Il volteggio dei soffici fiocchi contro il
tetto divenne un più comune disegno di gocce di pioggia. Poteva davvero non sentire il cambiamento? A me sembrava chiaro.
Quando la pausa pranzo finì, rimasi al mio posto. Gli umani uscirono in fila, e io mi sorpresi a cercare di distinguere il suono dei suoi passi dal resto degli altri, come se non ci fosse niente di più
importante o insolito. Che stupido.
Anche la mia famiglia si alzò per andare. Aspettavano per vedere cosa avrei fatto.
Sarei andato a lezione, seduto vicino la ragazza dove avrei potuto sentire l'assurdo potere dell'odore
del suo sangue e sentire il calore del suo battito nell'aria sulla mia pelle? Ero forte abbastanza? O ne
avevo avuto abbastanza per un giorno?
"Io... penso andrà bene," Alice disse, esitante. "La tua mente è a posto. Penso che sopporterai l'ora."
Ma Alice sapeva bene quanto velocemente una mente può cambiare scelta.
"Perché spingerti, Edward?" chiese Jasper. Sebbene non volesse sentirsi compiaciuto in quanto adesso ero l'unico ad essere debole, potevo sentirlo che lo era, giusto un po'. "Vai a casa. Vacci piano."
"Qual'è il problema?" Emmett era in disaccordo. "Anche se la uccide o non la uccide. Dovrebbe farla finita, ad ogni modo."
"Non voglio trasferirmi di nuovo," si lamentò Rosalie. "Non voglio ricominciare d'accapo. Siamo quasi a fine anno Emmett. Finalmente."
Ero un po' lacerato sulla decisione. Volevo, lo volevo fortemente, affrontare a testa alta piuttosto che
correre via di nuovo. Ma non volevo spingermi troppo oltre, comunque. Avevo fatto un errore secondo Jasper la scorsa settimana ad essere andato tanto avanti senza cacciare; questo era solo inutile errore?
Non volevo sradicare la mia famiglia. Nessuno di loro mi avrebbe ringraziato.
Ma volevo andare alla mia lezione di biologia. Mi resi conto che volevo vedere di nuovo il suo viso.
Fu quello a decidere per me. Quella curiosità. Ero arrabbiato con me stesso per sentirla. Non mi ero
promesso che non avrei lasciato che il silenzio della ragazza mi coinvolgesse indebitamente? E
ancora, eccomi qui, interessato.
Volevo sapere cosa stava pensando. La sua mente era chiusa, ma i suoi occhi erano aperti. Forse avrei potuto leggere quelli.
"No, Rose, penso che andrà bene," disse Alice. "E' deciso. Sono al novantatré per cento sicura che non succederà niente di brutto se va a lezione." Mi guardò intensamente, pensando a cosa avesse cambiato i miei pensieri per farle avere una visione più sicura del futuro.
La curiosità avrebbe tenuto Bella Swan viva?
Emmett aveva ragione, dopotutto, perché non farla finita, una volta per tutte? Avrei affrontato la
tentazione a testa alta.
"Andate a lezione," ordinai, spingendomi via dal tavolo. Mi girai e mi feci strada tra di loro senza
guardarmi indietro. Potevo sentire la preoccupazione di Alice, la critica di Jasper, l'approvazione di
Emmett, e l'irritazione di Rosalie seguirmi.
Presi un respiro profondo davanti la porta dell'aula, e poi lo trattenni nei miei polmoni mentre
camminavo nella piccola, calda stanza.
Non ero in ritardo. Mr. Banner era ancora alzato per l'esperimento di oggi. La ragazza sedeva al mio, al nostro tavolo, il suo viso ancora abbassato, fissando la cartella su cui stava scarabocchiando.
Esaminai la bozza mentre mi avvicinavo, interessato a qualsiasi comune creazione della sua mente, anche se senza senso. Solo scarabocchi a caso di anelli dentro anelli. Forse non si stava concentrando sul disegno, ma pensando ad altro?
Tirai la mia sedia con un'inutile violenza, lasciandola strisciare sul linoleum, gli umani si sentono
molto più a loro agio quando la vicinanza di qualcuno è annunciata dal rumore.
Sapevo che aveva sentito il suono; non alzò lo sguardo, ma la sua mano perse un anello nel disegno che stava facendo, sbilanciandola.
Perché non guardava su? Probabilmente era spaventata. Dovevo essere sicuro di lasciarle un'impressione differente questa volta. Farle pensare che si era immaginata le cose di prima.
"Ciao," dissi con la voce calma che usavo quando volevo far sentire gli umani ancora più a loro agio, formando uno sguardo educato con le mie labbra senza lasciare scoperti i denti.
Allora alzò lo sguardo, i suoi occhi marroni e spalancati sobbalzarono, quasi increduli, e pieni di
silenziose domande. Era la stessa espressione che aveva ostacolato la mia vista la scorsa settimana.
Mentre guardavo in quegli occhi marroni stranamente profondi, capii che l'odio, l'odio che avevo
immaginato questa ragazza meritasse semplicemente per esistere, era evaporato. Senza respirare adesso, senza provare il suo odore, era difficile credere che qualcuno così vulnerabile potesse giustificare tanto odio.
Le sue guance iniziarono ad arrossire, e non disse nulla.
Tenevo i miei occhi su di lei, concentrandomi sulle loro profonde domande, e cercando di ignorare
l'appetitoso colore della sua pelle. Avevo abbastanza fiato per parlare per un bel po' senza inspirare.
"Il mio nome è Edward Cullen," dissi, benché sapessi che lei lo conosceva. Era un modo cortese di
iniziare. "Non ho avuto la possibilità di presentarmi la scorsa settimana. Tu devi essere Bella Swan."
Sembrava confusa, c'era di nuovo una piccola ruga tra i suoi occhi. Ci mise mezzo secondo di più di
quanto le ci sarebbe voluto per rispondere.
"Co... come fai a conoscere il mio nome?" chiese, e la sua voce tremò un poco.
Dovevo averla proprio terrorizzata. Questo mi fece sentire colpevole; era solo indifesa. Risi
gentilmente, era il suono che sapevo rendeva più calmi gli umani. Di nuovo, ero attento ai miei denti.
"Oh, penso che tutti sappiano come ti chiami." Di sicuro doveva aver capito che era diventata il centro dell'attenzione in questo posto monotono. "La città intera ti stava aspettando."
Si accigliò come se questa informazione fosse spiacevole. Supposi che essendo timida come era,
l'attenzione sarebbe stata una brutta cosa. Molti umani si sentono al contrario. Comunque non
vogliano stare fuori dal branco, e allo stesso tempo desiderano ardentemente una luce di ribalta per la loro uniformità individuale.
"No" disse. "Intendevo, come mai mi hai chiamato Bella?"
"Preferisci che ti chiami Isabella?" chiesi, perplesso dal fatto che non potevo vedere dove volesse condurre la domanda. Non capivo. Di sicuro, aveva messo in chiaro le sue preferenze molte volte quel primo giorno.
Tutti gli umani erano così incomprensibili senza una situazione mentale come guida?
"No, Bella mi piace," rispose, abbassando leggermente la testa da un lato. La sua espressione, se la
stavo leggendo correttamente, era lacerata tra l'imbarazzo e la confusione. "Ma Charlie,
voglio dire mio padre, quando parla di me credo mi chiami Isabella: quanto pare qui tutti mi conoscono con quel nome." La sua pelle si scurì di un'ombra di rosa.
"Ah," dissi debolmente, e guardai veloce lontano dal suo viso.
Avevo appena realizzato cosa significava la sua domanda: ero scivolato, avevo fatto un errore. Se non avessi origliato gli altri il primo giorno, allora mi sarei inizialmente indirizzato a lei con il suo
nome intero, proprio come ogni altro. Aveva notato la differenza.
Sentii una fitta di inquietudine. Era molto veloce per lei captare i miei errori. Molto astuta, soprattutto per qualcuno che si supponeva doveva essere terrorizzata dalla mia vicinanza.
Ma avevo problemi più grandi che sospettare su cosa poteva bloccare su di me nella sua mente a proposito.
Ero senza aria. Se avessi parlato con lei di nuovo, avrei dovuto inspirare.
Sarebbe stato difficile evitare di parlare. Sfortunatamente per lei, dividere questo tavolo la rendeva
la mia compagna di laboratorio, e avremmo dovuto lavorare insieme oggi. Sarebbe sembrato strano, e incomprensibilmente scortese, per me ignorarla mentre lo facevamo. L'avrebbe resa più sospettosa, più spaventata...
Mi spostai tanto più lontano da lei quanto potevo permettermi di muovermi al mio posto, girando la mia testa fuori l'aula. Mi feci coraggio, bloccai i miei muscoli, e allora inalai un veloce respiro
pieno d'aria, respirando soltanto attraverso la bocca.
Ahh!
Era sinceramente doloroso. Anche senza odorarla, potevo gustarla con la mia lingua. La mia gola fu di nuovo improvvisamente in fiamme, il desiderio forte come la prima volta che avevo catturato il suo odore la scorsa settimana.
Strinsi i denti e cercai di ricompormi.
"Iniziamo," ordinò Mr. Banner.
Sembrava come se ogni singola oncia di controllo che avevo raccolto in settanta anni di duro lavoro
stavano ritornando alla ragazza, che fissava al tavolo e sorrideva.
"Prima le donne, collega?" offrii.
Alzò lo sguardo alla mia espressione e il suo viso era di nuovo bianco, i suoi occhi spalancati. C'era
qualcosa di male nella mia espressione? Era di nuovo spaventata? Non parlò.
"Oh, se vuoi comincio io," dissi con calma.
"No," disse, e il suo viso ritornò da bianco a rosso di nuovo. "Faccio io."
Fissai ai dispositivi sul tavolo, il microscopio da batteri, la scatola di vetrini, piuttosto che
guardare il sangue circolare sotto la sua pelle chiara. Presi un altro breve respiro, attraverso i miei
denti, e sobbalzai al sapore che mi feriva la gola.
"Profase," disse dopo un breve esame. Iniziò a rimuovere il vetrino, benché l'avesse scarsamente
esaminato.
"Ti dispiace?" istintivamente, stupidamente, come se fossi uno della sua specie, mi allungai per
fermarle la mano dal rimuovere il vetrino. Per un secondo, il calore della sua pelle bruciò contro la
mia. Era come un impulso elettrico, di sicuro molto più caldo di un semplice novantotto punto sei gradi. Il calore fluì nella mia mano fino al mio braccio. Lei ritirò la sua mano fuori dalla mia.
"Scusami," mormorai attraverso i denti stretti. Con il bisogno di guardare da qualche parte, afferrai il microscopio e guardai brevemente dentro la lente. Aveva ragione.
"Profase," concordai.
Ero ancora troppo scosso per guardarla. Respirando tanto calmo quanto potevo tra i miei denti stretti e cercando di ignorare la sete, mi concentrai sul compito semplice, scrivendo le parole nell'appropriata linea del foglio di laboratorio, e poi cambiando il primo vetrino con quello successivo.
Cosa stava pensando ora? Come si era sentita, quando avevo toccato la sua mano? La mia pelle doveva essere fredda come il ghiaccio, repellente. Nessuna meraviglia che fosse così silenziosa.
Guardai al vetrino.
"Anafase," dissi a me stesso mentre lo scrivevo sulla seconda linea.
"Posso?" chiese.
La guardai, sorpreso che stesse aspettando ansiosamente, una mano quasi allungata verso il microscopio.
Non sembrava spaventata. Pensava davvero che avrei potuto sbagliare?
Non riuscii a trattenere un sorriso alla speranzosa espressione sul suo viso mentre guardava nel
microscopio. Guardò nella lente con un entusiasmo che svanì subito. Gli angoli della sua bocca si piegarono all'ingiù.
"Vetrino tre?" chiese, senza alzare lo sguardo dal microscopio, ma tendendo la mano. Depositai il
prossimo vetrino sulla sua mano, senza lasciare che la mia pelle si avvicinasse alla sua questa volta.
Sedere accanto a lei era come sedere vicino una lampada di calore. Potevo sentire me stesso riscaldarsi leggermente all'alta temperatura.
Non guardò a lungo nel vetrino. "Interfase," disse con noncuranza, forse cercando di suonare in quel
modo, e spinse il microscopio verso di me. Non toccò il foglio, ma aspettò che fossi io a scrivere la
risposta. Controllai, aveva di nuovo ragione.
Finimmo così, pronunciando una parola per volta e senza incontrare i nostri occhi. Eravamo gli unici ad aver finito, gli altri nell'aula stavano avendo problemi con l'esperienza. Mike Newton sembrava avere un'ansiosa concentrazione, stava cercando di non guardare Bella e me.
Speriamo che stia da dove è venuto, pensò Mike, lanciandomi un occhiata infervorata. Hmm, interessante.
Non mi ero reso conto che il ragazzo nutriva qualche malattia verso di me. Era un nuovo sviluppo,
recente quanto l'arrivo della ragazza. Ancora più interessante, scoprii, con mia sorpresa, che il
sentimento era ricambiato.
Guardai verso la ragazza, stupito dall'ampia gamma di distruzione e scompiglio che, nonostante la sua semplice, innocua apparenza, stava portando nella mia vita.
Non è che non riuscissi a vedere cosa stesse accadendo a Mike. In realtà lei era piuttosto carina... in
un insolito modo. Molto più che bellissimo, il suo viso era interessante. Non abbastanza simmetrico, il suo mento stretto squilibrato con le sue guance ampie; estremamente colorate, il contrasto chiaro scuro della sua pelle e dei suoi capelli; e poi c'erano quegli occhi, colmi di silenziosi segreti.
Occhi che improvvisamente stavano perforando i miei.
La fissai di rimando, cercando di indovinare uno di quei segreti.
"Porti le lenti a contatto?" chiese improvvisamente.
Che domanda strana. "No." Quasi sorrisi all'idea di migliorare la mia vista.
"Oh," mormorò. "Mi sembrava di aver notato qualcosa di diverso nei tuoi occhi."
Mi sentii di nuovo improvvisamente più freddo e mi resi conto che oggi non ero l'unico a star tentando di indagare sui segreti.
Alzai le mie spalle rigide, e guardai verso dove l'insegnante stava facendo il giro.
Certo che c'era qualcosa di diverso nei miei occhi dalla prima volta che mi aveva guardato. Per
prepararmi alla dura prova di oggi, alla tentazione di oggi, avevo passato l'intera settimana a
cacciare, saziando la mia sete il più possibile, esagerando. Mi ero nutrito di sangue di animali, non
che questo facesse molta differenza rispetto all'oltraggioso sapore che fluttuava nell'aria attorno a
lei. Quando l'avevo guardata prima, i miei occhi erano neri dalla sete. Ora, il mio corpo nuotava nel
sangue, i miei occhi erano di un più caldo oro. Luminosa ambra per il mio eccessivo tentativo di placare la sete.
Un altro errore. Se avessi visto cosa voleva dire quella domanda, avrei potuto semplicemente risponderle sì.
Ero stato seduto vicino agli umani per due anni in questa scuola, e lei era stata la prima ad esaminarmi così vicino da notare il cambiamento del colore dei miei occhi. Gli altri, mentre ammiravano la bellezza della mia famiglia, tendevano a guardare velocemente in basso quando ci giravamo a guardarli. Si facevano scudo, bloccando i dettagli della nostra apparenza in un istintivo sforzo di trattenersi dal capire. L'ignoranza era la benedizione della mente umana.
Perché doveva essere questa ragazza a vedere troppo?
Mr. Banner di avvicinò al nostro tavolo. Inspirai grato il soffio di aria fresca che portò con lui prima
che potesse mischiarsi al suo profumo.
"Scusa, Edward," disse, guardando le nostre risposte, "perché non hai lasciato usare il microscopio anche a Isabella?"
"Bella," lo corressi di riflesso. "A dire la verità, è stata lei a identificarne tre su cinque."
I pensieri di Mr. Banner erano scettici quando si voltò a guardare la ragazza. "Hai già fatto prima questo esperimento?"
Guardai, assorbito, mentre lei sorrideva, sembrando leggermente imbarazzata.
"Non con radici di cipolla."
"Embrioni di coregone." indagò Mr. Banner.
"Si."
Questo lo sorprese. L'esperienza di oggi era qualcosa che aveva preso da un corpo avanzato. Annuì
pensierosamente verso la ragazza. "A Phoenix frequentavi le lezioni del programma avanzato?"
"Si."
Era avanti allora, intelligente per un umana. Questo non mi sorprese.
"Bene," disse Mr. Banner, stringendo le labbra. "Penso sia il caso che voi due lavoriate assieme." Si girò e camminò via mormorando, "Così gli altri ragazzi avranno la possibilità di imparare qualcosa per loro stessi," sotto il suo respiro. Dubitai che la ragazza avesse potuto sentirlo. Iniziò di nuovo a
scarabocchiare anelli sulla sua cartella.
Due errori in meno di un'ora. Un infelice situazione dalla mia parte. Non avevo comunque idea di quello che la ragazza pensasse di me, quanto si sentisse spaventata, quando sospettosa?, avevo bisogno di fare uno sforzo migliore per lasciarle una nuova impressione di me. Qualcosa per coprire i ricordi della mia ferocia durante l'ultimo incontro.
"Peccato per neve, eh?" dissi, ripetendo la breve chiacchierata su cui una dozzina di studenti avevano discusso oggi. Un noioso, tipico argomento di conversazione. Il tempo, sempre prudente.
Mi fissò con un evidente dubbio nei suoi occhi, una normale reazione alle mie parole banali. "Non
direi," disse, sorprendendomi di nuovo.
Cercai di guidare la conversazione su sentieri comuni. Lei veniva da un posto più luminoso, più caldo, la sua pelle sembrava rifletterlo, nonostante la sua chiarezza, e il freddo doveva metterla a
disagio. Il mio tocco di ghiaccio sicuramente aveva...
"Il freddo non ti piace," indovinai.
"Neanche l'umido," concordò.
"Per te dev'essere difficile vivere a Forks," Forse non saresti dovuta venire qui, avrei voluto
aggiungere. Forse sarebbe meglio se tornassi da dove sei venuta.
Non ero sicuro di volerlo, comunque. Avrei per sempre ricordato l'odore del suo sangue, cosa garantiva che alla fine non l'avrei seguita? Inoltre, se fosse partita la sua mente sarebbe rimasta per
sempre un mistero. Un costante fastidioso rompicapo.
"Non lo immagini neppure," disse a bassa voce, ardendo per un momento.
La sue risposte non erano mai quello che mi aspettavo. Mi facevano desiderare di fare ancora più
domande.
"Ma allora, perché sei venuta qui?" domandai, realizzando all'istante che il mio tono era stato troppo accusatorio, non abbastanza casuale per la conversazione. La domanda suonava scortese, indiscreta.
"E.. una storia complicata."
Ammiccò con gli occhi aperti, lasciandoli in quel modo, e io da vicino scoppiai internamente dalla
curiosità, curiosità che bruciava tanto quanto la sete nella mia gola. In realtà, scoprii che era
leggermente più facile respirare; l'agonia era diventata molto più sopportabile grazie alla familiarità.
"Penso di poterla capire," insistetti. Forse la comune cortesia l'avrebbe fatta rispondere alle mie
domande invece di chiederlo in modo scortese.
Fissò giù verso le sue mani. Questo mi rese impaziente; volevo mettere la mia mano sotto il suo mento e alzarle la testa così che avrei potuto leggerle lo sguardo. Ma sarebbe stato troppo folle, pericoloso, toccare di nuovo la sua pelle.
Alzò la testa all'improvviso. Era un sollievo poter di nuovo vedere le emozioni dentro i suoi occhi.
Parlò in fretta, incalzando le parole.
"Mia madre si è risposata."
Ah, era umano abbastanza, facile da capire. La tristezza passava attraverso i suoi occhi chiari e la fece corrugare.
"Non sembra così complicato," dissi. La mia voce era gentile senza che mi dovessi sforzare. La sua
tristezza mi faceva sentire stranamente indifeso, speranzoso che ci fosse qualcosa che potessi fare per
farla sentire meglio. Uno strano impulso. "Quando è stato?"
"Settembre." inspirò pesantemente, non un sospiro silenzioso. Trattenni il respiro mentre il suo calore incontrava il mio viso.
"E lui non ti piace," indovinai, indagando su più informazioni.
"No, Phil va bene," disse, correggendo la mia congettura. C'era una traccia di sorriso vicino agli
angoli delle sue labbra piene. "Forse troppo giovane, ma un bel tipo."
Questo non calzava con lo scenario che avevo costruito nella mia mente.
"Perché non sei rimasta con loro?" chiesi, la mio voce un po' troppo avida. Suonava come fossi curioso.
Lo ero, certamente.
"Phil viaggia molto. Gioca a baseball. E' un professionista." Il sorriso diventò molto più pronunciato; la sua carriera la divertiva.
Anch'io sorrisi, senza sceglierlo. Non stavo cercando di farla sentire a sua agio. Il suo sorriso mi
fece voler sorridere in risposta, essere nel segreto.
"Lo conosco?" corsi attraverso le liste di giocatori professionisti di baseball nella mia testa,
pensando a quale Phil potesse essere il suo...
"Probabilmente no. Non è un bravo professionista." Un altro sorriso. "Solo serie minori. Cambia squadra di continuo."
Le liste nella mi testa scomparirono immediatamente, e catalogai la lista delle possibilità in meno di
un secondo. Allo stesso tempo, stavo immaginando un nuovo scenario.
"E tua madre ti ha spedita qui per poterlo seguire," dissi.
Sembrava che riuscissi a tirare informazioni più con le congetture che con le domande. Funzionò di
nuovo. Il suo mento si sporse, e la sua espressione fu improvvisamente testarda.
"No, non è stata lei a spedirmi qui," disse, e la sua voce aveva un nuovo brusco nervosismo. La mia
congettura l'aveva resa infelice, anche se non potevo capire come. "Sono stata io."
Non riuscivo a capire il suo significato, o la causa della sua irritazione. Ero completamente perso.
Così rinunciai. Non c'era nessun senso in quella ragazza. Non era come gli altri umani. Forse il
silenzio dei suoi pensieri e il profumo del suo odore non erano le uniche cose insolite.
"Non capisco," ammisi, odiando cedere.
Sospirò, e mi fissò negli occhi più a lungo di quanto un umano riuscisse a fare.
"All'inizio è rimasta con me, ma lui le mancava," spiegò lentamente, il suo tono diventava più
sconsolato ad ogni parola. "Era infelice... perciò ho deciso di passare un po' di tempo in famiglia con Charlie."
La piccola ruga tra i suoi occhi si approfondì.
"Ma ora sei infelice tu," mormorai. Non riuscivo a smettere di dire le mie ipotesi ad alta voce,
sperando di imparare dalle sua reazioni. Questa volta, comunque, non sembrò contraddirmi.
"E...?" chiese, come se non fosse un aspetto da essere considerato.
Continuai a fissarla negli occhi, avvertendo che avevo finalmente colto il primo vero barlume della sua anima. Vidi in quella parola dove collocava se stessa tra le sue priorità. A differenza di molti umani, i suoi bisogni erano in fondo alla lista.
Era altruista.
Mentre capivo questo, il mistero della persona che si nascondeva dentro questa mente silenziosa iniziò a diventare un po' meno fitto.
"Non mi sembra giusto," dissi. Alzai le spalle, cercando di sembrare indifferente, cercando di
nascondere l'intensità della mia curiosità.
Lei rise, ma non sembrava un suono divertito. "Non te l'hanno ancora detto? La vita non è giusta."
Volevo ridere delle sue parole, nonostante anch'io non mi sentissi molto divertito. Ne sapevo un bel po' a proposito dell'ingiustizia della vita. "Penso di averla già sentita."
Mi fissò, sembrando di nuovo confusa. I suoi occhi sfuggirono via, e poi ritornarono nei miei.
"E questo è tutto," mi disse.
Ma non ero pronto a lasciare che questa conversazione finisse. La piccola V tra i suoi occhi, un residuo del suo dolore, mi disturbava. Volevo appianarla con le mie dita. Ma, ovviamente, non potevo toccarla.
Era rischioso per certi versi.
"Dai buona mostra di te," parlavo lentamente, ancora considerando le prossime ipotesi. "Ma sono pronto a scommettere che soffri molto più di quanto dai a vedere."
Fece una smorfia, i suoi occhi accigliati e la sua bocca girata in un broncio, e guardò di fronte
l'aula. Non le piaceva quando indovinavo. Non era una martire, non voleva mettere in mostra il suo
dolore.
"Mi sbaglio?"
Si tirò leggermente indietro, ma per il resto finse di non avermi sentito.
Mi fece sorridere. "Io credo di no."
"Perché ti dovrebbe interessare?" domandò, distogliendo lo sguardo.
"Questa è una domanda molto sensata," ammisi, molto più a me stesso che per rispondere a lei
Il suo acume era migliore del mio, aveva visto al cuore delle cose mentre io annaspavo attorno ai bordi, cercando ciecamente indizi. I dettagli della sua vita umana non avrebbero dovuto
importarmi. Era sbagliato per me preoccuparmi di cosa pensava. Oltre a proteggere la mia famiglia dal sospetto, i pensieri umani erano insignificanti.
Non ero abituato ad essere il meno intuitivo della coppia. Confidavo nel mio senso extra un po' troppo, non ero chiaramente percettivo come avevo creduto.
La ragazza sospirò e guardò torva di fronte l'aula. Qualcosa a proposito della sua espressione frustrata era divertente. Nessuno era stato più in pericolo a causa mia di questa piccola ragazza, al momento avrei potuto, distratto dal mio ridicolo interesse nella conversazione, inspirare attraverso il naso e attaccarla prima che qualcuno avesse potuto fermarmi, e lei era irritata perché non avevo risposto alla sua domanda.
"Ti do fastidio?" chiesi, sorridendo all'assurdità della cosa.
Mi lanciò un'occhiata veloce, e poi i suoi occhi sembrarono essere intrappolati dal mio sguardo.
"Non esattamente," mi disse. "Sono io stessa a darmi fastidio. Il mio volto è così facile da leggere... mia madre dice sempre che sono un libro aperto."
Si accigliò, stizzita.
La fissai meravigliato. La ragione per cui era infelice era perché pensava che potessi capirla troppo facilmente. Bizzarro. Non mi ero mai sforzato così tanto di capire qualcuno in vita mia, o piuttosto esistenza, vita era a mala pena una parola giusta. Sinceramente non avevo una vita.
"Al contrario," dissi in disaccordo, sentendomi stranamente cauto, come se qui ci fosse qualche pericolo nascosto che avevo fallito a notare. Ero improvvisamente teso, la premonizione mi rendeva ansioso. "Per me tu sei molto difficile da leggere."
"Devi essere un bravo lettore, allora" indovinò, facendo di nuovo un'ipotesi giusta.
"Di solito sì," concordai.
Le sorrisi apertamente allora, lasciando che le mie labbra esponessero le fila luccicanti, di denti aguzzi come rasoi dietro di esse.
Fu una cosa stupida da fare, ma ero improvvisamente, inaspettatamente disperato nel dare alla ragazza una sorta di avvertimento. Il suo corpo era più vicino a me di prima, si era mosso involontariamente nel corso della conversazione. Tutti i piccoli segni e gli indizi che erano sufficienti a spaventare l'intera umanità sembravano non funzionare su di lei. Perché non si era rannicchiata lontana da me nel terrore? Di sicuro aveva visto abbastanza del mio lato oscuro da capire il pericolo, intuitiva come sembrava.
Non vidi se il mio avvertimento aveva avuto effetto. Mr. Banner ci chiamò all'attenzione proprio allora, e lei si girò. Sembrava un po' sollevata per l'interruzione, forse aveva involontariamente capito.
Sperai di si.
Riconobbi che il fascino stava crescendo dentro di me, anche se cercavo di coprirlo. Non potevo permettermi di trovare Bella Swan interessante. O piuttosto, lei non poteva permetterselo. Ero già ansioso per avere un altra possibilità di parlarle. Volevo sapere molto più a proposito di sua madre, della sua vita prima che arrivasse qui, del suo rapporto con il padre. Tutti i dettagli insignificanti che avrebbero riempito il suo carattere. Ma ogni secondo che passavo con lei era un errore, un rischio che non avrebbe dovuto correre.
Senza pensarci, agitò i suoi capelli proprio nel momento in cui concessi a me stesso un altro respiro. Una particolare concentrazione del suo odore mi colpì il fondo della gola.
Era come il primo giorno, come una palla distruttiva. Il dolore della bruciante secchezza mi rendeva confuso. Dovetti afferrare di nuovo il tavolo per mantenermi saldo al mio posto. Questa volta avevo leggermente più controllo. Non ruppi niente, almeno. Il mostro ringhiò dentro di me, ma non prese piacere dal mio dolore. Era legato troppo stretto. Per il momento.
Smise si respirare, e mi allontanai il più possibile dalla ragazza.
No, non potevo permettermi di trovarla affascinante. Più interesse avrei trovato, più probabilmente l'avrebbe uccisa. Avevo già fatto due errori minori oggi. Ma se avessi commesso il terzo, che non era così minore?
Appena sentii la campanella suonare, scappai dalla classe, probabilmente distruggendo qualsiasi impressione di educazione che avevo quasi costruito nel corso dell'ora. Di nuovo, annaspai fuori all'aria pulita e umida come fosse un essenza curativa. Mi sbrigai a mettere più distanza possibile tra me e la ragazza.
Emmett mi aspettava fuori la lezione di Spagnolo. Lesse la mia feroce espressione per un momento.
Come è andata, pensò cauto.
"Nessuno è morto," mormorai.
Penso che sia già qualcosa. Quando ho visto Alice uscire via alla fine, ho pensato...
Mentre camminavamo a lezione, vidi i ricordi di qualche minuto fa, attraverso la porta aperta della sua ultima lezione: Alice camminava mostrando i denti e con il viso bianco attraverso il terreno verso il palazzo di scienze. Sentii ricordare l'urgenza di alzarsi e unirsi a lei, e poi la decisione di restare. Se Alice avesse avuto bisogno del suo aiuto, avrebbe chiesto...
Chiusi i miei occhi in orrore e disgusto mentre crollavo al mio posto. "Non mi ero reso conto che si era avvicinata. Non pensavo che avrei... Non ho visto che era così pericoloso," sussurrai,
Non lo era, mi rassicurò. Nessuno è morto, giusto?
"Giusto." dissi attraverso i miei denti. "Non questa volta."
Forse diventerà più facile.
"Certo."
O, forse la ucciderai. Alzò le spalle. Non saresti il primo a farlo. Nessuno ti giudicherà troppo duramente. Qualche volta una persona ha un odore troppo buono. Sono impressionato che tu abbia resistito così a lungo.
"Non mi stai aiutando, Emmett."
Ero disgustato dall'accettare l'idea che avrei ucciso la ragazza, che questo fosse inevitabile. Era colpa sua se aveva un odore così buono?
Sai quando è capitato a me..., ricordò, portandomi dietro con lui di circa mezzo secolo, in una strada di paese al tramonto, dove una donna di mezz'età stava sistemando le lenzuola umide su un filo tra due alberi di mele. L'odore delle mele era pesante nell'aria, il raccolto era finito e i frutti respinti erano dispersi sul terreno, le ammaccature sulla loro buccia disperdeva la loro fragranza in dense nuvole. Un campo di fieno appena falciato faceva da sfondo alla scena, in armonia. Lui camminava per la strada, del tutto dimentico della donna, a fare una commissione per Rosalie. Il cielo era porpora al di sopra, l'arancio sopra gli alberi occidentali. Avrebbe continuato a girovagare per il sentiero e non ci sarebbe stata ragione di ricordare quella sera, ad eccezzione dell'improvvisa brezza notturna che soffiò le bianche lenzuola come una vela e sventolò l'odore della donna sul viso di Emmett.
"Ah," mi lamentai calmo. Come se la mia sete non fosse abbastanza.
Lo so. Non ho resistito un mezzo secondo. Non ho neanche pensato a resistere.
I suoi ricordi diventarono troppo espliciti per me da sopportare.
Saltai i piedi, i denti tanto bloccati da tagliare l'acciaio.
"Esta bien, Edward?" chiese Senora Goff, trasalendo al mio movimento improvviso. Potevo vedere il mio volto nella sua mente, e seppi che sembravo lontano dallo stare bene.
"Me perdona," mormorai, mentre mi dirigevo verso la porta.
"Emmett, por favor, puedas tu ayuda a tu hermano?" chiese, indicandomi in modo indifeso mentre correvo fuori la porta.
"Certo," lo sentii dire. E poi era proprio dietro di me.
Mi seguì verso la parte più lontana dell'edificio, dove mi afferrò e mise la sua mano sulla mia spalla.
Spostai la sua mano via con inutile forza. Avrebbe mandato in frantumi le ossa di una mano umano e anche quelle attaccate al braccio.
"Scusa, Edward."
"Lo so." Attirai aria con tre ansimi, cercando di pulire la mia testa e i miei polmoni.
"E' così brutto?" chiese, cercando di non pensare all'odore e al sapore del ricordo mentre chiedeva, senza avere successo.
"Peggio, Emmett, peggio."
Fu silenzioso per un momento.
Forse...
"No, non migliorerà se non lo supero. Vai in classe, Emmett. Voglio stare da solo."
Si girò senza una parola o pensiero e camminò via velocemente. Avrebbe detto alla professoressa di Spagnolo che ero malato, o infossato, o un vampiro pericolosamente fuori controllo. Importavano davvero le sue scuse? Forse non sarei tornato. Forse dovevo partire.
Andai di nuovo alla mia macchina, ad aspettare che finisse la scuola. Nascosto. Di nuovo.
Avrei dovuto passare il tempo a prendere decisioni o a cercare di sostenere le mie scelte, ma come un tossico, mi ritrovai a cercare attraverso le chiacchiere dei pensieri che provenivano dall'edificio della scuola. Le voci familiari spiccavano, ma non ero interessato ad ascoltare le visioni di Alice o le lamentele di Rosalie. Trovai Jessica facilmente, ma la ragazza non era con lei, così continuai a cercare. I pensieri di Mike Newton catturarono la mia attenzione, e alla fine la localizzai, in palestra con lui. Era infelice perché oggi avevo parlato con lei durante biologia. Stavo vagliando le sue risposte quando aveva tirato fuori l'argomento...
In realtà non l'ho mai visto parlare con qualcuno con più di una parola. Certamente avrà deciso di trovare Bella interessante. Non mi piace come la guarda. Ma lei non sembra molto emozionata da lui. Cosa ha detto? 'Chissà cosa gli era preso lunedì scorso.' Qualcosa del genere. Non sembrava che se ne preoccupasse. Non deve essere stata chissà quale conversazione...
Stava dissuadendo se stesso dal pessimismo, entusiasta dall'idea che Bella non fosse interessata in uno scambio con me. Questo mi irritò molto più di quanto era accettabile, così smisi di ascoltarlo.
Misi nello stereo un Cd di musica violenta, e alzai il volume per togliere le altre voci. Dovevo concentrarmi molto sulla musica per trattenermi dallo scivolare di nuovo nei pensieri di Mike Newton, per spiare quell'insospettabile ragazza...
Imbrogliai un po' di volte, mentre l'ora si avvicinava. Senza spiare, cerca di convincermi. Mi stavo solo preparando. Volevo sapere esattamente quando avrebbe lasciato la palestra, quando sarebbe stata nel parcheggio. Non volevo che mi prendesse di sorpresa.
Mentre gli studenti iniziarono la fila fuori dalla palestra, uscii dalla mia macchina, non sicuro del perché. La pioggia era leggera, la ignorai mentre lentamente mi inzuppava i capelli.
Volevo che mi vedesse qui? Speravo che sarebbe venuta a parlarmi? Cosa stavo facendo?
Non mi mossi, sebbene stessi cercando di convincere me stesso a ritornare in macchina, sapendo che il mio comportamento era riprovevole. Incrocia le braccia sul petto e respirai leggermente mentre la guardavo camminare verso di me, gli angoli della sua bocca piegati all'ingiù. Non mi guardò. Un paio di volte fissò su verso le nuvole con una smorfia, come se la stessero offendendo.
Ero deluso quando raggiunse la sua macchina prima che mi superasse. Avrebbe parlato con me? Avrei parlato con lei?
S'infilò dentro un pick up Chevy rosso stinto, un rottame che era più vecchio di suo padre. La osservai accendere il motore, che rimbombò più forte di qualsiasi altro veicolo nel parcheggio, e poi tendere le mani verso le ventole di riscaldamento. Il freddo la metteva a disagio, non le piaceva. Si pettinò i folti capelli con le dita, spingendo le ciocche attraverso il flusso di aria calda come se stesse cercando di asciugarli. Immaginai che odore avesse la cabina del pick up, e poi velocemente scacciai via il pensiero.
Si guardò attorno mentre si preparava a uscire, e finalmente guardò nella mia direzione. Mi fissò di rimando per mezzo secondo, e poi potei leggere nei suoi occhi la sorpresa prima che distogliesse lo sguardo e strattonasse il pick up a marcia indietro. E allora si fermò di nuovo con uno stridio, il retro del pick up aveva mancato un incidente con Erin Teague per pochi centimetri.
Fissò nello specchietto retrovisore, la sua bocca aperta mortificata. Quando un altra macchina la passò, controllò due volte dagli specchietti e poi si mosse fuori dal parcheggio così attentamente da farmi sorridere. Era come se pensasse di essere pericolosa nel suo pick up decrepito.
Il pensiero che Bella Swan potesse essere pericolosa per qualcuno, non importava cosa stesse guidando, mi fece ridere mentre la ragazza mi superava fissando diritto.






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